"Da noi, anche se a volte la qualità è molto più alta che altrove, una cosa viene a costare 100 mentre lì costa 10. E senza effetti benefici" -------------------------------------------------------------------------------- Due o tre cose che si sanno di lui. Lamore per Napoli. Passionale, capace di infiammarlo sempre. Quasi come il suo lavoro di storico dellarte "impuro" - la definizione è sua - che sarebbe a dire "la teoria non marcia mai separata dalla pratica", insomma niente libri senza mostre, niente insegnamento accademico senza eventi darte. Polemiche che sembrerebbero da umorale, se uno non riconoscesse i suoi cavalli di battaglia: linterazione tra apparato e creatività individuali, la civiltà, lentusiasmo per la cultura. Bacchettate di uno che predica bene e razzola meglio: le sue grandi mostre (Caravaggio, Velàzquez, Giordano, Traversi e altre) sono state una realtà. Vederlo qui fermo, nel suo ufficio di Castel SantElmo affacciato (si fa per dire, si tratta di poco più che feritoie) sulla Piazza dArmi della fortezza, è un privilegio che tocca a pochi. «Quando non sono al lavoro, viaggio molto. Anche se poi i viaggi diventano occasioni di lavoro - dice Nicola Spinosa, soprintendente del Polo museale speciale di Napoli, per i suoi collaboratori "il professore". «Napoli per me è una combinazione irripetibile di natura e artificio, ma quando vado fuori trovo terribile il rapporto tra i cittadini di Napoli e la città». In che senso? «Tra quello che la città offre loro e come contraccambiano. Senza distinzione, tra borghesia - che poi non è mai esistita - e popolo. Siamo tutti responsabili del cattivo atteggiamento dellamministrazione e della cittadinanza verso la città. È sempre mancata la complicità, senza la quale ogni progetto finisce per diventare negativo. Un po la situazione che si verificò nel Settecento: gli illuministi napoletani non a caso sono accusati di astrazione rispetto ai loro "colleghi" lombardi, ma questo è un argomento difficile... Madrid non è una bella città, e alla fin fine anche Londra e Parigi non si avvalgono della contaminazione tra natura e architettura di Napoli. Forse il suo stesso incanto ce lha solo Genova e un po Barcellona. Vado via con amarezza, ma torno con la paura che ti viene ogni volta che ti stacchi da qui per andare dove i servizi funzionano. Il vero problema dei napoletani è non essere stati educati al rispetto di noi stessi, è la mancanza di identità di cittadini. Da noi, anche se a volte la qualità è molto più alta che in altre città, una cosa viene a costare 100 mentre là costa 10, ma purtroppo non ha una ricaduta di civiltà sul territorio, non ottiene effetti benefici di lunga durata». Siede a una grande scrivania, il doppio di quella che ha a Capodimonte, che invece è un mobile depoca. Le sole finestre di SantElmo, le sue, senza vista abbagliante sul mare. Che entra invece da una fotografia di Mimmo Jodice, appesa al muro alle spalle di Spinosa. «A questo lavoro sono stato avviato da mio padre (Domenico Spinosa, pittore informale recentemente scomparso, ndr). Alle elementari passavo i pomeriggi nel suo studio. Credevo che i suoi quadri fossero incompiuti, e cercavo di finirli a modo mio, facendolo arrabbiare. Curiosamente lui, pittore non figurativo, non mi parlava mai di Picasso, ma sempre di Caravaggio. Mi abituai allarte non intesa in senso teorico, alla maniera di Roberto Longhi o di Ferdinando Bologna, ma come materialità della creazione artistica. Ecco perché per me fare una mostra è prendere un quadro, confrontarlo con un altro, collocarlo a misura duomo alla parete, in un modo che lo renda vicino al tuo modo di vedere. Non riesco a essere uno storico dellarte puro o un burocrate puro: sono uno storico dellarte impuro e un burocrate militante. Ho bisogno di lavorare scegliendo le opere, toccando i quadri, sentendo che Masaccio o un affresco del XII secolo sono "materia". Devo poter accorgermi che ci sono impennate e cadute anche in quei cinquanta centimetri quadrati di esperienza umana». Tra le cose che si sanno di lui, cè lessere sanguigno: Spinosa, nomen omen. Arrabbiarsi serve nella vita? «Tutto quello che ho fatto è perché mi arrabbiavo. Se non vedo nella mia squadra la stessa passione, allora vado in bestia. Chi non si appassiona non si adira neppure. Larrabbiatura però devessere costruttiva, deve servire a rendere partecipi gli altri di una propria emozione. Io non sarò mai metodico, riflessivo, cambio continuamente pensiero come cambia il colore della luce in una giornata». Con suo padre il primo rapporto difficile della sua vita. «Ho cercato di farlo diventare un non rapporto, ora che è morto mi accorgo che era un rapporto a tutti gli effetti. Eravamo due leoni, ma il nostro era uno scontro che era anche un confronto, con un rapporto spirituale allinterno di uno fisico. La rabbia dellirascibile non è produttiva, la mia credo di sì invece. Raffaello Causa morì e la mostra sul Seicento napoletano restò allo stadio di abbozzo. Non si sarebbe mai potuta fare se non avessi urlato. Ma mi è sempre piaciuto che qualcuno rispondesse alle mie incazzature». Si festeggiano i cinquantanni del museo di Capodimonte, qualche urlo roco del soprintendente si ricorda anche lì. «Fino alla notte prima dellinaugurazione ero furioso. Ma il 28 settembre '95, quando riaprimmo le sale, vedemmo che ce lavevamo fatta. Ero riuscito a far capire che quellurlo era una carezza che prendeva per mano e accompagnava i miei collaboratori. Daltra parte come si fa in una città piena di trabocchetti e con i marciapiedi rotti e sporchi a non essere sempre tesi e nervosi». Capita così, tuttavia, di perdersi delle persone per strada. «Ed è solo colpa nostra. Io per esempio ho sempre avuto un rapporto privilegiato con la donna. Mia nonna, mia sorella, poi mia moglie e la mia attuale compagna. Ho avuto pochi amici, il vero coinvolgimento anche culturale e ideale solo con le donne che ho conosciuto. Mia moglie Marghì la considero una importante acquisizione, uno specchio che conosce le mie paure e illusioni. Con chi ho perso lungo la strada ho fatto un errore: sono una persona che tradisce per tornare rafforzato, il classico maschilista. Ma mi sento tradito se chi sta con me cambia percorso, nella vita di lavoro, negli ideali». Dal '69 nei Beni culturali, soprintendente da una vita, ma un leader senza delfino. «Se qualcosa ho perso, è un braccio destro e non so perché. Ci sono persone di altissimo valore, ma nessuna in grado di tenere insieme i 650 dipendenti della soprintendenza. Appartengo alla generazione che ha conosciuto il maestro, la guida. Io al massimo sono un caposquadra. Causa mi mandò subito a trattare con il personale: allinterno imparai che il rapporto consiste in una carezza e uno schiaffo; allesterno, con i colleghi del Prado o del Louvre invece non andava mai tenuto un atteggiamento subalterno. Il lavoro è l80 per cento. Ho rinunciato anche a parte della mia vita privata. Causa disse a mia moglie: "Signora, ricordi che Nicola ha sposato la soprintendenza, non lei". Marghì come si arrabbiò...». Il rapporto con staff e ciurma, il "Professore" ce lha strettissimo. Ha inventato lui la preview delle mostre per il personale del museo. Riunisce i custodi, li conduce nelle sale, spiega, coinvolge. Il successo è assicurato. «Una nostra centralinista non vedente dice sempre "professore lo sa che lei i quadri me li fa vedere?"». Chi ha sentito più vicino: allestitori e restauratori che lavorarono la notte della vigilia del 24 ottobre dell84, quando si inaugurava Civiltà dei Seicento. Qualcuno aveva fatto cadere una scala sul grande rame di Ribera appena restaurato. Lira fu ancora una volta il motore: allalba lopera era tornata come prima. «Ma ci sono momenti in cui mi sento solo», come nel '97, quando un incidente sul lavoro provoca la morte di un operaio a Capodimonte: «Si è sempre addolorati quando muore un lavoratore. Sono stato processato e condannato per omicidio colposo. E il mio ministero in quelloccasione non mi è stato affatto vicino. Mi sento solo anche in questi giorni di celebrazioni per Capodimonte. Sono 25 anni che chiedo alla città di collegare meglio il museo. A Londra o Parigi le scuole sono protagoniste della vita museale, da noi il contrario». Il Louvre si è gemellato con Atlanta e Abu Dhabi. Spinosa manderebbe i suoi gioielli allestero? «Una selezione di opere che non si possono esporre, da deposito, senza togliere identità al museo, per un gemellaggio che abbia un ritorno effettivo, perché no?». Nel 2010 il Professore lascerà il Polo museale per limiti detà. Non ci crediamo finché non lo vediamo. Che farà da grande? «Finirò i miei libri su Cavallino e Falcone, ma non sarò mai uno studioso puro».