«Tutto è cominciato dieci anni fa' con un'idea. Ora è una realtà». L'idea era di Alberto Ronchey, all'epoca ministro della Cultura. Ma a trasformare in realtà il progetto allora sconosciuto in Italia di far entrare i privati nella gestione del patrimonio storico e artistico italiano, è stato un americano, Daniel Berger, chiamato nel 1993 da Ronchey e oggi al decimo anno come consigliere per i "servizi aggiuntivi" del ministero della Cultura. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tanti musei statali e no (per via di ciò che alcuni chiamano "l'effetto Ronchey") con librerie e ristoranti eleganti e funzionanti, biglietterie computerizzate con sistemi di prenotazione, servizi e attrezzature per gli handicappati, una didattica moderna generalmente bilingue. E tutto questo con un incontrovertibile beneficio non solo per il consumatore ma anche per lo Stato: introiti (da affitti e diritti) di milioni di euro. «Per l'Italia dice Berger con legittimo orgoglio si è trattato davvero di una rivoluzione copernicana». Per Danny Berger, di Elizabeth (New Jersey) di fronte a Manhattan, l'arte è sempre stata una passione. Ma al Metropolitan Museum di New York, dove è stato assunto dopo la laurea in storia dell'arte all'Università della Pennsylvania, ha scoperto presto di possedere una capacità particolare per il business, soprattutto il merchandising. È stata in grande parte sua l'idea del mega-negozio del Metropolitan: aperto nel 1979 ha tre piani pieni di libri, fotografie e cartoline, poster, bigiotteria, e oggettistica. «La novità dice Berger, oggi 65enne è stata quella di capire che il bookstore del museo è un modo di prolungare l'esperienza culturale, approfittando anche dell'effetto "aureola": si spende più volentieri quando i proventi di un acquisto vanno ad aiutare il museo, e quindi l'arte. Suo anche lo slogan: «Un dono dal Met è un dono per il Met». In Italia la sfida era di arrivare a una collaborazione efficace tra pubblico e privati, trasformando, come è avvenuto, soprintendenti e funzionari da recalcitranti attori in protagonisti attivi del nuovo sistema. Qualche problema rimane. «Purtroppo spiega Berger molti concessionari si comportano più da bottegai che da imprenditori, perdendo chi sa quante occasioni». Ma nessuno dubita che la svolta ci sia stata, L'innamoramento per l'Italia di Danny Berger risale all'estate del 1956 quando, appena diplomatesi, ha fatto un viaggio in Europa di tre mesi, e della capitale italiana gli è venuto da dire: «Qui voglio vivere». Nel 1970, dopo nove anni al Met, Berger ha realizzato il suo sogno; si è licenziato ed è venuto a Roma, prima gestendo una serra (le piante sono da sempre un suo hobby) e poi lavorando per la rivista d'arte «2RC». Tornerà al Met nel 1977 dopo che l'allora direttore, Thomas Hoving, gli ha dato la possibilità di vivere alcuni mesi dell'anno a Roma dove, nel frattempo, si era comprato una casa al Ghetto. Berger racconta che molti amici si erano meravigliati quando nel 1993 ha risposto affermativamente alla chiamata di Ronchey, Ma rispondere non è stato difficile. «Ho avuto tanto dall'Italia: un lavoro, una casa, degli amici e degli amori e io, come molti americani, penso che sia giusto dare qualcosa in cambio». E poi c'è la soddisfazione di aver lasciato un segno. «Credo che tutti siano d'accordo: in Italia se riesci a cambiare qualcosa è davvero una grande conquista».