Il Museo dell'Iraq dall'esterno sembra abbandonato, come una grande balena ferita, spiaggiata. All'interno le sale sono quasi vuole. Ospitava oltre 200 mila reperti, in 28 gallerie, ed era il più grande del Medio Oriente. Testimoniava la storia dell'antichissima civiltà che prosperò tra il Tigri e l'Eufrate, nella mitica Mesopotamia. Nel cortile antistante l'edifìcio un uomo in borghese, armato di mitra, controlla chi entra. Poco distante, al coperto, due marines, su una jeep, dovrebbero occuparsi della vigilanza, ma lontani dalla strada si curano solo della propria incolumità. La guerra, con la forza devastatrice. ha reso muta anche questa splendida istituzione culturale. «Non abbiamo problemi al museo», ci dice la vicedirettrice, Nidal Amin, donna eccezionale. Con l'aiuto di persone fidate, Nidal aveva raccolto 8.000 pezzi tra i più pregiati di quelli esposti e li aveva rinchiusi in 179 casse di zinco, saldate e sigillate prima, e poi murate in un posto segreto. Non voleva dire a nessuno dove fossero: temeva che qualcuno portasse via i tesori del suo museo anche a guerra finita. Pietro Cordone è un ambasciatore italiano in pensione. Egiziano di nascita e arabista di tradizione, 69 anni, è il ministro della Cultura nell'amministrazione provvisoria che il presidente americano, George W. Bush, ha insediato in Iraq. Deve riorganizzare quelli che in Italia chiamiamo Beni culturali. L'ambasciatore-ministro ci riceve in una bella casa, stile anni '60, che porta i segni di anni di trascuratezza. È la residenza italiana nella capitale irachena. Il muro esterno è bianco e pitturato di tresco, una scritta in arabo e la bandiera italiana. «I pezzi rubati sono tra i 3.500 e i 4.000», dice Cordone, «in gran parte sigilli cilindrici e vasi di terracotta in cattive condizioni utilizzati per lo studio». E tutte le notizie sul saccheggio del museo? «No, mi ascolti», insiste Cordone, «da settimane ho smentito tutto, ma le voci infondate sono sempre più forti della verità. La procura di New York, l'Fbi e le dogane statunitensi hanno concluso l'inchiesta sugli episodi di violenza nel museo. Sappiamo che le opere di valore trafugate non sono moltissime e che, tra i 1.200 pezzi recuperati, ce ne sono una quarantina di grande valore, tra cui il vaso di alabastro di Warka, l'antica città di Uruk, i cui rilievi votivi mostrano l'offerta dei prodotti della natura alla dea dell'amore, Inanna: un reperto vecchio 5.300 anni». Il vaso era stato danneggiato a martellate, ma oggi è in restauro. Invece è scomparso un altro capolavoro: la famosa Donna di Warka, maschera in marmo rinvenuta a Uruk (del 3000 a.C.), pezzo che nel «museo immaginario» della scultura mondiale è tra i decisivi. Fa un po' caldo nel salotto dell'ambasciatore, ma, fuori, Baghdad è aggredita da una temperatura infernale. Oltre 49 gradi stordiscono i passanti di una città in agonia. L'elettricità manca e quelli che possono si consorziano, isolato per isolato, condominio per condominio, per comperare un generatore. Di sera si vedono famiglie per la strada, fuori dai portoncini delle case. Intorno a un tavolo con una candela tentano di combattere il caldo. Fino alle 23, poi ci sono il coprifuoco, i tanks dell'Us Army che sferragliano e i predoni locali, a ricordo delle leggende sulla città delle Mille e una notte. La rete telefonica è fuori uso. Gli attentati si susseguono e la spaventosa esplosione al palazzo locale dell'Onu, che tanto ha colpito il mondo, qui è passata come una notizia di cronaca «ordinaria». Cordone continua: «Ci preoccupano i siti archeologici dispersi per il Paese. Sono oltre 45 quelli importanti, ma ce ne sono in realtà centinaia: Ninive, Nimrud, Assur, Babilonia, Nippur, Ur, Uruk... Lì i saccheggi sono drammatici. Stiamo riorganizzando i custodi, quasi 1.200, e controlli coi marines. Tentiamo di costituire gruppi di vigilanza formati da nostro personale, funzionari dell'Ente nazionale antichità e militari americani. Ora che qualche giudice è tornato al lavoro, pensiamo di arrestare i ladri». Mentre cercavamo di raggiungere la residenza italiana, a un semaforo due occhi neri che non arrivavano al finestrino del nostro fuoristrada ci avevano guardato. Poi, con un gesto semplice, un bimbo dal visino dolce e malinconico, i capelli neri, corti e ordinati, lacero e senza scarpe, aveva baciato il suo palmo della mano e subito dopo, muovendo l'avambraccio verso di noi, ci aveva regalato un segno di tenerezza: «Non ho soldi per mangiare, per piacere aiutatemi», aveva detto. Questo è un popolo sincero, cordiale e orgoglioso. Qui, prima della guerra del Golfo, un episodio del genere era impossibile persino da immaginare. Il nostro autista ha sentenziato: «Oggi siamo un Paese ricco fatto di genie povera». Le sale dello Iraqi Museum sono spoglie. Le teche, vuote e distrutte dai vandali, sintetizzano il dolore di una metropoli ferita. Gli sforzi dell'ambasciatore-ministro sono encomiabili, ma aprono alcuni dubbi di fondo. In questo momento la polizia locale non è in grado di governare neppure il traffico. «Se, guardando i vigili, gli automobilisti passano egualmente con il rosso», ci dice un amministratore locale, «come si può pensare che rispettino una qualunque altra cosa? Difendere il patrimonio artistico dell'Iraq è sicuramente uno sforzo indispensabile, ma oggi la quasi totalità della popolazione è disoccupata e riesce ad avere un sussidio di soli 16 dollari al mese. Una cifra non sufficiente a garantire neppure la sopravvivenza. Le truppe della coalizione non hanno alcun contatto con la popolazione civile e nulla fanno per mantenere l'ordine pubblico. Per le strade circolano colonne corazzate, mezzi leggeri armati, autoblindo. Un minimo gesto rischia di generare una tragedia. A un posto di blocco i militari americani hanno aperto il fuoco contro una macchina della polizia locale che inseguiva dei malviventi. Pensavano fossero attentatori. Hanno ucciso sul colpo uno dei due agenti iracheni e l'altro, secondo testimoni, sarebbe stato freddato nonostante avesse le mani alzate. Questa situazione va avanti da mesi, i civili uccisi o feriti senza motivo sono molti, ma la stampa internazionale sembra essersi resa conto della realtà solo dopo l'uccisione di Mazen Dana, reporter della Reuters colpito dal fuoco di un carro armato, perché «la sua telecamera sembrava un lanciarazzi», come ha detto il portavoce delle truppe Usa, Lewis Matson. «L'Iraq è un immenso giacimento archeologico», aggiunge Cordone, «e saranno necessari anni per riportare alla luce, restaurare, riorganizzare il sistema museale». In realtà, tutto qui avrà bisogno di anni per tornare alla normalità. Gli attentati si moltiplicano, una bomba a mano può arrivarti contro in ogni momento, non c'è la guerra a Baghdad, ma il clima è di guerriglia, la paura tanta.