«Qui manca la cultura di fare impresa per la cultura. E manca la fiducia nello Stato». Arnaldo Sciarelli, commissario straordinario Arcus e commissario per le Ville Vesuviana, non nasconde la sua delusione nel constatare che tra i progetti presentati al ministero la presenza di Napoli e della Campania è assai poco marcata. Chi è mancato all'appello, gli enti pubblici o i soggetti privati? «Direi che le colpe sono equamente distribuite. L'attenzione del Comune, per esempio, si ferma alla metropolitana. Cosa degnissima: ma basta guardarsi intorno per scoprire che qui ci sono tanti altri beni da salvaguardare e rilanciare» Gli imprenditori? «Si parla tanto, ma quando è il momento di mobilitarsi...». Pensa a qualcosa in particolare? «Non posso fare a meno di pensare al San Carlo. La mia famiglia è tra i soci sostenitori. Siamo stati tra i pochi, anzi tra i pochissimi, a offrire un contributo. E non credo che a Napoli non esistano cento persone, tra professionisti e imprenditori, in grado di tirar fuori 50mila euro per il teatro». Ma non si possono trovare fondi tramite l'Arcus? «Si può, ma occorre una proposta che vada oltre il semplice programma degli eventi per evitare una sovrapposizione con il Fondo unico per gli spettacoli. Per il San Carlo non serve solo buona musica ma un piano globale di rilancio che gli restituisca la sua funzione di fulcro culturale della città. Intorno al teatro, e per il teatro, gravitavano personaggi come Donizetti, Rossini, Barbaja. La gestione attuale, se devo essere sincero, non è all'altezza di questa tradizione». Il caso San Carlo è solo la punta di un iceberg? «È la dimostrazione più evidente che nel settore beni culturali non siamo capaci di investire e nemmeno di progettare. Con gravi ricadute sul business turismo. Roma, in questo periodo, è piena di visitatori; Firenze, lo stesso; gli agriturismi dell'Umbria non hanno un posto libero. Qui vedo quasi un deserto. Ci sono i croceristi, è vero, ma appena scendono dalla nave salgono sull'aliscafo e vanno a Capri. È nostro dovere chiederci perché». p.p.