Sotto la teca di vetro creata da Carlo Aymonino, la Lupa capitolina guarda dritto in faccia Marco Aurelio a cavallo. «Sarà contenta oggi la Lupa, perché torna a vedere il sole. E chissà se qui, quando la sera si spengono le luci, ascolterà i discorsi di Marco Aurelio». Così il sindaco Walter Veltroni ha salutato il trasferimento della statua dalla sala omonima di Palazzo Caffarelli a quella dove è ospitata la statua equestre dell'imperatore filosofo, in occasione dei 2.760 anni del Natale di Roma. «Festeggiamo un mucchio di secoli - ha detto il sindaco - e ce li portiamo abbastanza bene. Questa è una città buona. E non importa se la Lupa che allatta Romolo e Remo sia una leggenda: è comunque l'immagine di una città generosa che allatta anche chi non appartiene alla sua stessa specie». E ha colto l'occasione per annunciare che una coppia sposata da cinquant'anni ha chiesto di rinnovare davanti a lui la cerimonia, mentre Leonardo, un bambino che compiva proprio ieri quattro anni e si trovava ad assistere alle celebrazioni sul Campidoglio, ha ricevuto una medaglia-ricordo. Il sindaco ha rammentato anche che, attraverso un foro presente sotto il ventre della statua bronzea, gli studiosi sono riusciti a entrare con una microtelecamera all'interno dell'opera e a scoprire che vi è ancora in parte conservato il nucleo in terracotta. Si tratta evidentemente del modello di argilla originario da cui è partito il processo di fusione. Su alcuni campioni di questa argilla prelevati all'interno sono state trovate impronte digitali appartenenti a colui che ha modellato la figura. «Adesso, con l'aiuto della polizia scientifica, - ha rivelato Veltroni - stiamo cercando di rintracciare l'autore della Lupa. E vorrei che questa impronta andrebbe esposta al pubblico, perché appartiene a un genio». Il sovrintendente capitolino ai Beni culturali, Eugenio La Rocca, che ha partecipato alla presentazione insieme all'assessore alla Cultura Silvio Di Francia, ha ricordato che «recentemente molti studiosi si sono interessati ali' opera e all'epoca della sua realizzazione. Alcuni sostengono che la Lupa risalirebbe all'epoca medioevale e non a quella etrusco-italica. Una soluzione al momento non può essere realmente offerta». Una ricerca condotta tra il 1997 e il 2000, durante il restauro della Lupa, ha infatti offerto qualche risposta in più sulle sue origini, ma anche suscitato qualche polemica sul periodo storico in cui è stata forgiata. In attesa di completare le analisi con sistemi sempre più avanzati, gli studiosi hanno potuto verificare che la scultura è stata eseguita a cera persa di tipo diretto. Si tratta della stessa tecnica di fusione adoperata per i bronzi di Riace, caratterizzata dal fatto che essa non consente di creare ulteriori repliche dal modello originario e che rende quindi quell'esemplare unico e irripetibile. La sola differenza, rispetto al metodo di fusione dei grandi bronzi, è costituita dal fatto che le contenute dimensioni della Lupa, vicine al naturale, hanno consentito di eseguire il bronzo in un unico getto. È certo che, ad esclusione forse della coda e salvo alcuni piccoli interventi di riparazione, la Lupa che oggi vediamo è quella che l'artista aveva progettato ed eseguito in origine. Altra fondamentale scoperta è che la terra di fusione rinvenuta all'interno della scultura ha una composizione mineralogica che ne circoscrive, con una certa fondatezza, la provenienza entro un'area vulcanica lungo la riva destra del Tevere, tra Roma e Orvieto. E l'analisi degli isotopi del piombo, eseguita su limature di metallo prelevate sotto le quattro zampe, ha stabilito che il metallo proviene dalle miniere sarde di Calabona, a sud di Alghero.