E cominciato il conto alla rovescia per il cantiere del «New York Times», la cui inaugurazione coinciderà quasi con il settantesimo compleanno del suo autore. Avviato nel 2000, con il programma di trasferimento nel nuovo quartier generale a Broadway, il grattacielo sulla 8"' Avenue è il terzo cantiere newyorkese di Piano e il secondo a giungere a termine, dopo la Morgan Library e prima della Columbia University. Oltre all'ovvia notorietà che gliè valsa il titolo dì "Renzo il Magnifico", Piano hapiù di un motivo di soddisfazione nei confronti di questa sua elegante creatura che, dopo l'apocalisse dell'u settembre, segna, molto più della pomposa e contestata ricostruzione del World Trade Center, la rinascita del grattacielo come architettura urbana: non l'arrogante simbolo dell'onnipotenza della tecnica o dello strapotere della finanza, ma il manifesto gentile di un "manhattanismo"dal volto umano. Sipuòfare una torre senza necessariamente fare una torre di Babele? Non è la prima volta che Piano si misura con questo tema: se la torre di Hermes a Tokyo esprimeva l'allusione alla poetica delle luci e delle ombre della cultura giapponese, quella del «New York Times» è il tributo alla città di Woody Allen: «Non una foresta pietrificata, ma una città metamorfica, un luogo di luci e di riflessi sempre diversi». Per Piano New York infatti è tutto il contrario della città invivibile, della giungla di cemento lamentata dai sociologi del catastrofismo: al contrario della città diffusa, da buon marinaio la vede come una "bussola", una città chiusa e compatta dove è impossibile perdersi perché «in un attimo capisci da dove viene la luce e ti orienti». Omaggio alla qualità atmosferica della città, la torre del «New York Times» è come un faro, che si fa sempre più leggero e aereo col salire dell'altezza(52pianiper228metri più godi antenna): intraprende la rappresentazione dell'aria di New York utilizzando la tecnologia e i materiali più adeguati, vestendosi di una pelle che respira con l'ambiente grazie ai vetri a basso contenuto di piombo protetti all'interno da sottili estrusioni di ceramica. Una struttura in acciaio fa galleggiare questi elementi nell'aria, a quasi mezzo metro dalla facciata: un mantello candido e cangiante che da una parte consente un ottimale controllo energetico dell'edificio, dall'altra introduce il colore come elemento concettuale e sensoriale. Contro il modernismo delle scatole di vetro, ma anche contro il postmodernismo delle facciate imponenti, la sagoma vibrante del nuovo grattacielo sì identifica con la maglia a scacchiera della città, e la sublima in una forma astratta che, paradossalmente, ne celebra le qualità legate al mondo della luce e quindi, infine, della natura. La vera novità, tuttavia, è nell'attacco a terra, dove l'impianto della torre si apre alla città offrendo ai cittadini un passaggio attraverso 500 mq di un giardino pubblico interno oltre che un ricco mix di funzioni, dal centro congresso ai ristoranti. In grande si può definire la proiezione su scala epica dell 'esperimento milanese della sede del Sole-24 Ore, che dal piano terra lascia intravedere la generosa apertura a un grand voyer di due piani e la sagoma di una collina verde. Della sede del giornale milanese, il grattacielo di New York riprende, dilatandola, l'idea dell'area della redazione come il "motore"sempre acceso della macchina dell'informazione. Uno spazio aperto l'agoràcome una piazza dove i redattori possono scambiarsi informazioni e opinioni: «Abbiamo reinventato il loftdice ironicamente Pianoe proprio a New York, dove era nato». F.I.