Gli States commissionano all'architetto nuovi progetti per la costruzione o l'ampliamento delle istituzioni museali. Viaggio tra i cantieri, dal Texas alla California, da Boston a Chicago E una mattina di quasi primavera e nel Renzo Piano Building Workshop si respira l'aria elettrica delle grandi occasioni. Sulla terrazza di prato che sta ai piedi della "serra delle idee", sulla collina di Vesima, è atterrato da poco un elicottero con ospiti assai speciali, venuti da lontano con un incarico di quelli che non si possono rifiutare. In rappresentanza della famiglia Kimbell, Kay Fortson e BOI Lacy hanno chiesto a Renzo Piano di studiare l'ampliamento del Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas, un nuovo edificio da far sorgere accanto auna delle icone dell'architettura moderna, l'inarrivabile capolavoro di Louis Kahn, vero e proprio trattato poetico sul tema dell'ombra e della luce. Compito ambito e terribile, al tempo stesso, quello di costruire all'ombra dei maestri, ma non nuovo per Piano che ad Atlanta, con l'High Art Museum ha rivoluzionato lo schema preesistente di Richard Meier e a New York si sta misurando con l'ingombrante fantasma di Marcel Bréur, per l'ampliamento del Whitney Museum. D'altra parte Piano in Texas è di casa, visto che a Houston nel 1982 è cominciata la sua lenta, ma inarrestabile conquista dell'America con la costruzione di uno dei più bei musei d'arte moderna del mondo, la preziosa "treasure house" per la Menil Collection. Perfetto nella sua snobistica semplicità, questo edificio che «non prova nemmeno ad assomigliare a un museo» non solo, come scrisse Reyner Banham, «restituiva al funzionalismo la sua magia», ma dimostrava la felice caparbietà di un architetto che ha sempre detestato seguire le mode correnti, refrattario per definizione ai luoghi comuni e alle parole d'ordine degli slogan "up to date". Piano ama costruire musei perché, dice, dietro i loro committenti ci sono quasi sempre delle storie forti e il museo attira i talenti e crea la durata. Cosìdopo la parentesi europea della Pinacoteca Agnelli a Torino e della Fondazione Beyeler a Basileanel 1999, a Dallas, il Nasher Sculture Center ripete il miracolo del quotidiano diventato poesia: «Un Beaubourg alla rovescia lo definisce Piano , dove la sorpresa non è data dall'irrom-pere della macchina» nel centro storico della città, ma dalla scoperta di un giardino e di un piccolo museo fra i grattacieli di una città senza passato. L'insistenza sull'«urbanità» è infatti il primo lemma delle «lezioni americane» di Renzo Piano. Insieme a quelli della «leggerezza» e della «trasparenza» costituisce la personale triade di quel teorema dell'«uovo di Colombo» che sta alla base del suo straordinario successo in America: riscoprire le affinità culturali tra il pragmatismo americano e la sensibilità italiana per la progettazione dei luoghi urbani. Se il trapianto del modernismo razionalista nel «paese dei timidi» fu favorito negli anni Trenta dal viatico intellettuale di ristrette élites raccolte attorno al MoMA, l'attuale successo di "Renzo il Magnifico" ha il carattere di un'investitura collettiva consacrata dai tanti cantieri sparsi negli States da Atlanta a Chicago, a New York. Cantieri che toccano i nodi più sensibili dell'identità culturale americana, plasmando i caratteri fisici di gloriose istituzioni come il grattacielo del «New York Times», l'ampliamento del Whitney Museum, l'espansione della Columbia University, la ristrutturazione dell'Art Institute di Chicago, la risistemazione della Morgan Library. «Come in tutti i Paesi, anche negli Stati Uniti spiega Piano c'è una buona America e una cattiva America. Quella buona è fatta da grandi energie e da spiriti liberi, senza gelosie, da gente che riconosce e ama il talento. L'America che richiede i miei progetti è un'America che ricerca l'urbanità, quella particolare relazione che noi europei ricerchiamo nel rapporto tra gli edifici e la città. Per esempio, l'estensione della Columbia University ad Harem non è solo il progetto di un rapporto con la strada, ma addirittura l'invenzione, due secoli dopo, di un campus di nuovo tipo: non più una cittadella del sapere arroccata a Morningside Heights, ma frammenti di città che hanno la pretesa di mettersi in rapporto con la strada in maniera permeabile e aperta». Dalla cattedra dell'«università di strada» Piano ha conquistato la «buona» America con il proverbiale understatement dì un linguaggio che ripudia l'ostentazione intellettuale per proporsi come «mestiere»: restituendo dunque all'America proprio quello spirito d'avventura costruttiva con cui nel '900 aveva affascinato l'Europa e che inspie-gabilmente sembrava aver perduto. Paradossalmente, se Gehry rappresenta nell'immaginario americano la «genialità» dell'artista obbligato a stupire, Piano è la rivincita di quel «pionierismo» autoctono abituato a chiedere all'arte del costruire la capacità di realizzare un laico, quotidiano sogno di felicità. «Nell'introduzione a Le Città Invisibili ragiona PianoItalo Cai vino scrisse che tutte le città, anche le più infelici, hanno un angolo felice e a quel luogo bisogna aggrapparsi. Anche in un mondo di guerre, c'è sempre un momento che non è di orrore ed è lì che bisogna attaccarsi per farsi forza. La città è piena di infelicità e di ingiustizia, ma è anche ricca di momenti straordinari». Come il tetto-giardino, ad esempio, della California Academy of Sciences nel Golden Gate Park di San Francisco, che sarà completato il prossimo anno, ma il cui cantiere è già diventato luogo di pellegrinaggio per la straordinaria soluzione del prato percorribile che dentro le sue curve ondulate nasconde l'acquario, il planetario e una piazza coperta al servizio del museo e del centro di ricerca. O l'Isabella Stewart Gardener Museum a Boston dove l'occasione di nuovi spazi per le mostre e i servizi museali ha aperto l'opportunità di ridisegnarc un pezzo pregiato della città, disponendo vecchi e nuovi edifici attorno a un giardino informale che restituirà alla scena urbana quell'intimità della piccola scala che è tanto facile apprezzare nei centri storici e che l'urbanistica moderna non ha saputo interpretare.