La decisione di tenere i lavori della Conferenza Intergovernativa Europea del 4 ottobre in un luogo proprio, vale a dire progettato allo scopo di ospitare riunioni, il Palazzo dei Congressi all'Eur, anziché in un luogo assolutamente improprio come un museo, la Galleria Nazionale d'Arte Moderna a Valle Giulia, non può non essere accolta con un sospiro di sollievo. Il messaggio sarebbe stato brutale: un solo giorno di lavori politici vale bene la chiusura per due mesi di un istituzione come la Galleria. Rivelando così una perdurante incomprensione italiana del valore di luogo pubblico del museo, inteso ancora come luogo elitario, magari con funzioni di rappresentanza analoghe a quelle del salotto buono. E dimostrando di non aver imparato nulla dalle tante esperienze, da Parigi a Londra a Bilbao a Barcellona, in cui proprio l'edificio museo è il centro di una nuova concezione della vita associata e civile delle città, quasi a compensare la crisi strisciante delle piazze e delle strade come luoghi di incontro. Lo scampato pericolo invita ad affrontare tempestivamente, il futuro della Gnam, qualcosa che, come per tutti gli spazi pubblici, ci porta ai problemi di fondo della città. Sulla Galleria Nazionale d'Arte Moderna incombe infatti un pasticcio di decisioni contraddittorie - all'insegna della diseconomia e di una brutalità ancora maggiore dell'Ercole e Lica del Canova in cantina. Soltanto nel 1988 ne è stato inaugurato il nuovo corpo di fabbrica progettato da Luigi Cosenza. Luigi Cosenza è uno dei migliori architetti, italiani del '900, un nome da associare a quelli di Terragni, Libera e Ridolfi. Secondo Giulio Carlo Argan, l'architettura di Cosenza è nutrita dal senso di una «realtà (...) insieme limpida e fortemente emotiva», qualificando in questo senso il razionalismo architettonico mitteleuropeo. Cosenza era stato incaricato da Palma Bucarelli dell'ampliamento della Galleria. Posso solo accennare ai vent'anni di lotte contro disinteresse ed incomprensioni, finanziamenti negati, congiure di palazzo (a Montecitorio), che separano la data dell'incarico da quella della (parziale) inaugurazione - avvenuta quando ormai il progettista era morto. Anche così, con le mostre di Achille Perilli, Gastone Novelli e delle architetture di Luigi Cosenza ospitate nella nuova ala, quell'evento assumeva il significato di vittoria della parte migliore della cultura italiana, che si sentiva di casa in Europa e nel mondo, contro chi voleva rinchiuderla nelle prigioni ideologiche del nazionalismo e del realismo. Se non altro per rispetto della memoria di Giulio Carlo Argan, che fu generosissimo Sindaco di Roma e che della costruzione dell'«ala Cosenza» aveva fatto una delle bandiere del suo soggiorno in Campidoglio, si dovrebbe avvertire il bisogno, se non di completarla, almeno di tutelarla.Un edificio pubblico raramente ha un solo padre o un solo architetto. Dopo i due interventi di Bazzani nel 1911 e nel 1933, l'intervento di Cosenza rappresenta come meglio non si potrebbe la direzione di Palma Bucarelli ed il «clima felice degli Anni Sessanta», quando Roma era più di oggi urna città internazionale, e Tadeusz Kantor veniva proprio alla Galleria Nazionale a mettere in scena la propria «Gallinella Aquatica» da Witckiewcz. Invece, l'ala Cosenza è destinata alla demolizione. Anziché completare il progetto dell'architetto napoletano, si è prima bandito un concordo, nel cui bando peraltro si invitava a mantenere quello che già era stato costruito, (a quel tempo nemmeno dieci anni prima) e poi, contraddicendosi, si è premiato l'unico progetto che prevedeva di fare tabula rasa (del razionalista Cosenza, non dell'accademico Bazzani). Uno spreco di energie intellettuali, di senso storico (e di denaro pubblico). Sembra che il cantiere dovrebbe aprire entro l'anno. Come ex assessore di Argan, non riesco a tacere. C'è ancora (poco) tempo per evitare a Roma un nuovo conflitto tipo Ara Pacis, sintomatico di un'incertezza sulla sopite di fondo malamente mascherata dalla frenesia del fare, dove ciascuno (parafraso il noto giudizio di Libera sull'E42) «è obbligato a perdere come può».