La parola più comune quando si parla o si scrive degli Etruschi è «mistero». La disinvoltura di molta pubblicistica, ma anche un nucleo oscuro interno alla civiltà ha contribuito a creare un mito conturbante e in parte menzognero. Per i non addetti ai lavori domani cadrà qualche velo, grazie all'apertura del nuovo museo nazionale di Pontecagnano dedicato agli «Etruschi di frontiera». All'interno del parco archeologico, sulla stessa border line che tracciò i confini meridionali dell'espansione, la Soprintendenza di Salerno ha raccolto quarant'anni di scavi, una magnifica selezione dei circa ottomila corredi funerari dalla prima età del ferro all'epoca romana. Occasione unica per conoscere da vicino forme di religiosità e vita quotidiana di questo mondo. «Dopo i pregevoli lavori di settore, è il momento di affrontare un saggio esaustivo sugli Etruschi a sud del Tevere» dice Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore di best-seller internazionali. A questo popolo affascinante Manfredi ha dedicato un saggio scritto a quattro mani con Luigi Malnati, che si ferma appunto sopra la linea del fiume: Gli Etruschi in Val Padana (Mondadori, 2003). Ma di enigmatiche statue etrusche parla anche Chimaira, thriller archeologico del 2001. Insomma, anche lei non ha resistito alla tentazione. «Succede, come per gli Egizi. Gli Etruschi calamitano l'attenzione, e troppi sono disposti ad abbracciare ipotesi fantasiose che fanno imbestialire gli etruscologi. Però, se l'aura permane, ciò è dovuto principalmente all'oscurità della lingua, che ancora non riusciamo a decifrare». La lingua, l'enigma per eccellenza. «Precisiamo, innanzitutto, che non esiste difficoltà di lettura dei testi etruschi, dal momento che sono scritti in alfabeto greco, il vostro calcidese di Cuma. Il problema è il significato: non si capisce che cosa dicono. È come leggere il turco con il nostro alfabeto senza conoscere la lingua. Abbiamo decifrato pochi nomi propri e alcune parole che sono presenti anche in latino». Nessun documento bilingue paragonabile alla stele di Rosetta? «Suscitò molte speranze negli anni Sessanta il ritrovamento delle Lamine d'oro di Pirgi, oggi Cerveteri. Erano tre, due in etrusco, una in fenicio. Purtroppo le iscrizioni corrispondevano, ma non erano le traduzioni l'una dell'altra. Anche la Tabula Cortonensis, rinvenuta nel '92, non ha dato i risultati sperati. Ci sono riferimenti territoriali e vincoli parentali, ma il testo integrale resta oscuro». I ritrovamenti di Pontecagnano ci aiutano ad affrontare il nodo delle origini di questo popolo? «Chissà. Il dilemma resta quello tra Erodoto e Dionigi di Alicarnasso. Il primo, con altri studiosi, propendeva per una provenienza orientale, una migrazione dalla Lidia. Il secondo sosteneva la tesi autoctona. Ancora oggi sussistono elementi che suffragano entrambe le tesi. Massimo Pallottino preferì parlare di un lungo processo di formazione, forse con innesti di gruppi aristocratici mediorientali. Ma è un escamotage che non risolve la questione. Gli Etruschi non assomigliano a nessun altro popolo». La ricchezza dei corredi funerari fa pensare che siano stati un popolo di profonda religiosità. «Per l'attenzione minuziosa e ossessiva all'oltretomba li paragonerei agli Egizi. Il loro aldilà è un mondo affascinante e intenso. Va ricordato che essi, a differenza di Romani e Greci, ebbero una fede fatalistica nel destino, la convinzione assoluta che gli dèi preordinassero la sorte degli uomini». Quanto importanti sono i «nostri» Etruschi di frontiera? «Tanto, perché i confini meridionali rappresentano la saldatura con i Greci. Con la battaglia di Cuma del 474 a.C., i siracusani posero fine all'espansione e poco a poco gli etruschi si contrassero fin quasi a scomparire». Perchè gli Etruschi sono finiti nel nulla? «Non è così, né c'è stato alcun genocidio. Gli Etruschi, come gli altri popoli precipitati nel crogiolo dell'Italia unificata da Roma, hanno capito che bisognava integrarsi con il vincitore. Troviamo generali etruschi al servizio di Giuliano l'Apostata e l'Etruria meridionale si chiama ancora Tuscia».