«LE accademie di Belle Arti? Sono simili a strane università ove analfabeti insegnerebbero letteratura e individui che ignorano perfino l'esistenza del solfato di soda, medicina». È la bocciatura di Giorgio De Onirico, anno 1951, in una lettera di risposta a un questionario inviato a grandi artisti dall'Associazione Studenti di Belle Arti, nata proprio all'inizio degli anni Cinquanta tra le aule dell'Accademia romana di Via Ripetta. Ha ritirato fuori lo scritto uno dei membri dell'Associazione, lo scenografo Fabio Vregoz, il quale, insieme con altri autografi mediti di Carlo Carrà e Mino Maccari, li ha messi a disposizione di TerzOcchio, il trimestrale di arte e cultura diretto da Vittorio Emiliani che le pubblica nel numero in uscita. De Chirico se la prende con i politici se l'arte è negletta in Italia. «Malgrado il chiasso che si fa oggi intorno alla vita artistica - scrive il pittore de Le muse inquietanti - le persone responsabili della situazione culturale del Paese considerano l'arte in modo quanto mai frivolo. E questo avviene perché solo pochi pensano che l'Arte è una cosa molto seria, non solo come testimonianza delle capacità umane, ma anche per l'enorme influenza che essa ha sui popoli. Quando l'Arte decade la decadenza si estende a tutto, e quando l'Arte fiorisce l'umanità ascende». Beh, non è cambiata poi troppo la situazione oggi, con una Finanziaria che taglia i fondi al Ministero per i Beni Culturali, così come per le Fondazioni, il Teatro, la Musica. Dal canto suo, Carlo Carrà, auspicava che le Accademie fossero «giuridicamente equiparate alle Università». Traguardo raggiunto, è vero, nel 1999, ma con uno status non del tutto soddisfacente. Oggi 0 diploma accademico equivale a una laurea triennale, ma i docenti vengono retribuiti non come i titolari di cattedra degli atenei, ma come insegnanti di istituti di secondo grado superiore. E poi, nelle Accademie parificate agli atenei il personale e la struttura amministrativa sono rimasti gli stessi a fronte di accresciute mansioni, come i corsi di abilitazione all'insegnamento che prima della riforma erano di competenza delle università. Quanto a Maccari, suggeriva che le Accademie tenessero «più a lungo aperte le loro aule, per dar modo agli allievi di lavorare senza l'assillo del finis». Insomma, la scuola come un vero e proprio atelier. Ancor'oggi, una chimera.