Sono circa 15 anni che provo a lavorare in Italia e ancora non sono riuscito a realizzare praticamente nulla. Risale a 15 anni fa ad esempio il progetto di creare a Firenze una passeggiata ai bordi dell'Arno, come sulla Senna a Parigi, che darebbe sollievo dal traffico e offrirebbe magnifiche prospettive sugli Uffizi e i palazzi adiacenti. Ipotesi considerata da tutti bellissima, ma alla fine sempre scartata per qualche futile obiezione. Allo stesso modo sono caduti nel vuoto il lavoro svolto con un gruppo internazionale di una decina di architetti per l'ex area Fiat di Novoli ed il progetto di tre anni fa per Castello, nei pressi dell'aeroporto di Firenze, che avrebbe dovuto riguardare 20mila persone e per il quale era stato fatto uno studio approfondito in termini di sostenìbilità e di analisi dell'inquinamento acustico, del vento, del sole. Abbiamo fatto lunghissimi incontri, sono stati invitati esperti e poi nulla. Silenzio assoluto: oggi che di quest'area si è ricominciato a parlare (come ho appreso dai giornali) è più difficile prendere appuntamento con i vertici di Fondiaria, proprietario dei terreni, che con il primo ministro britannico. Promettono meglio due progetti di rigenerazione urbana a Verona (ne è promotore un privato) e a Scandicci, città dormitorio che potrebbe risorgere grazie alla nuova tramvia e soprattutto grazie alla volontà di un sindaco dotato dì visione e che (cosa rarissima) prende decisioni chiare. Ma salvo eccezioni la situazione è pressoché sempre la stessa: per ogni passo che si compie in avanti, se ne fanno due indietro. L'Italia, tra i Paesi mi quali ho lavorato resto d'Europa, la Cina, il Giappone , è in assoluto quello dov'è più difficile lavorare. Il problema è squisitamente politico: fare architettura non è come fare una tana o un paio di scarpe. Non è design: richiede il sostegno della politica. Ma in Italia dove la politica interviene, interferisce. Sono stato consulente di Mitterand per i grandi progetti francesi, il 90 per cento dei quali è andato in porto, mentre in Italia vate l'inverso, il 90 per cento dei progetti naufraga. L'architettura dovrebbe essere al di sopra delle dispute di parte. In Italia, invece, ne diviene strumento. Anche il sistema delle imprese private, che di per sé specie nel Nord del Paese opererebbe molto bene, smette di funzionare nel momento in cui interviene a politica a qualunque livello: si tratti dì governo centrale o locale. Le giurie dei concorsi sono composte per metà da politici e per metà da architetti affiliati ai partiti, impedendo qualunque decisione di merito. Se a questo si aggiunge il problema della storia, che grava sulle spalle degli architetti e delle persone, si arriva alla situazione di stallo attuale. Con un ulteriore effetto: la carenza in Italia di buoni architetti, dovuta alla difficoltà di esercitare la professione. Gli architetti di qualità, che pure ci sono, come Renzo Piano o Massimiliano Fuksas, finiscono col lavorare prevalentemente all'estero. La forza straordinaria del Rinascimento italiano risiedeva proprio nell'ambizione di città come Firenze, Venezia, Roma, di costruire palazzi e spazi pubblici magnifici. Oggi l'Italia soffre esattamente dell'opposto: la totale mancanza di volontà politica dì costruire bene. E rischia di sperperare il patrimonio eccezionale delle sue città compatte, che in maniera esemplare integrano in uno spazio accessibile a piedi le diverse funzioni dell'abitare, del lavoro, del commercio, del tempo libero, disgregando il tessuto urbano e svuotando i centri storici. Si pensi ai centri commerciali. In Italia si continua a costruirli fuori città: è una cosa terribile! Realizzarli come ha ben capito il resto d'Europa significa minare il funzionamento di una città. È un malcostume contro il quale non finirò mai di muovere battaglia, indice di una grave mancanza di controllo e di governo. Si devono riutilizzare i terreni già edificati, che abbondano. Volando verso Venezia, non appena superato il confine svizzero, è un continuum di luci, non e 'è più un tratto libero dì campagna. Altro segno di malgoverno. Se mi permetto di essere così critico è perché mi piacerebbe riuscire a lavorare qui. L'Italia e un Paese bellissimo, vi abitano persone che mi piacciono moltissimo. Non mancherebbero neppure degli ottimi sindaci, se non fosse che quando si tratta di decidere vi è sempre qualcuno pronto a chiudere la porta. Si guardi fuori. Alla Spagna, ad esempio, uno dei Paesi oggi più interessanti. La Spagna garantisce sufficiente autonomia ai sindaci. Soprattutto è un Paese che ha capito che non è possibile separare la dimensione sociale dalla struttura fisico, costruita della città, e che l'esclusione sociale è frutto della disgregazione urbana. Barcellona è oggi il migliore esempio in Europa dì rigenerazione urbana: non a caso attira 9 milioni di visitatori l'anno, poco meno di Venezia. Un altro esempio interessante, a me familiare è l'Inghilterra. Qui il ministro per l'ambiente è per importanza secondo solo a Tony Blair. Tre anni fa sì è deciso di istituire un gruppo di lavoro (da me presieduto) per studiare i problemi delle città. Ne i scaturito un documento, Towards an Urban Renaissance, che raccoglie una serie di raccomandazioni su come promuovere città sostenibili e compatte. A Londra (19 milioni dì persone, considerando anche le aree raggiungibili in un 'ora dalla città: un terzo della popolazione inglese) si stima che tra il 1985 e il 2015 ci sarà un incremento di popolazione pari al 23 per cento, dunque c'è la necessità di altre 400mìla abitazioni: che verranno ricavate aumentando la densità urbana, sfruttando le aree dismesse. Oggi per costruire su un'area verde in Inghilterra ci vuole infatti il consenso del ministro. Una strategia che l'Olanda, il Paese urbanisticamente più avanzato, che ha piena consapevolezza del valore del terreno, avendo dovuto strappare ogni centimetro di terra al mare, ha da tempo adottato. La cosa straordinaria del nostro tempo è la possibilità di sapere quel che succede nel resto del mondo, di imparare dalle esperienze altrui. E gli esempi, positivi e negativi, non mancano: basta volerli considerare. (testimonianza raccolta da Chiara Somajni)