Tesoretto, che bella parola! Un gruzzolo di monete sepolte. Si scava e come d'incanto vengono alla luce. Si sogna di afferrarle a due mani come pirati coi dobloni d'oro. O come Ali Babà nella caverna, lì così avviene davvero, specie oggi che c'è chi cerca monete con il metal-detector. Ogni tanto si legge la notizia, «Giardiniere trova gruzzolo di monete antiche...». Guarda caso viene sempre dall'Inghilterra o dalla Francia. Forse che in casa nostra non si trova nulla? Certo che no. Si trova di tutto, in continuazione. Abbiamo il più grosso patrimonio numismatico al mondo. Ma da noi le scoperte fanno meno notizia, oppure sono appannaggio delle Forze dell'ordine. Tesoretti sequestrati alle frontiere o chissà dove. Avviene quotidianamente. Le monete sequestrate si fotografano e si catalogano, così non possono più scappare. Monete fortunate! Almeno hanno un numero, sì sa che esistono. Le loro colleghe conservate nei nostri musei spesso non hanno neppure il numero. Sono così tante che catalogarle è una vera impresa, servirebbe un investimento serio per farlo. Così abbiamo interi tesori sepolti nei magazzini. Centinaia di monete, centinaia di rnigliaia. Caverne, pardon caveaux, in attesa di un Ali Babà che pronunci il fatidico «Apriti Sesamo!». Riflettiamo sulla triste sorte delle monete indiche mentre scendiamo lo scalone che porta al piano interrato di Palazzo Massimo .a Roma, per visitare la piccola mostra sulle necropoli di via Latina. Si fanno gli scavi preventivi per la costruzione della terza corsia del Grande raccordo anulare e spuntano oltre 600 tombe. Tombe modeste ma con affreschi di fine fattura, bei gioielli e oggetti vari, persino una lucerna con scena erotica. Una bella occasione per studiare la vita quotidiana nel suburbio. E un paradiso per gli antropologi che hanno analizzato gli scheletri. Che c'entra tutto ciò con le monete? Nulla, purtroppo. È solo l'ennesima mostra, piccola ed elegante, che occupa le due sale di fronte al "forziere" delle monete d'Italia, dove si ripercorre tutta l'epopea dei denari circolanti per lo stivale dagli antichi italici all'euro. Ci eravamo illusi, quando si inaugurò Palazzo Massimo, che le due sale fossero per così dire complementari al forziere, servissero per mostrare a rotazione al pubblico quel ben di dio che sono le oltre 500.000 monete delle sue collezioni. Per narrare di volta in volta, attraverso le monete, storie di economia e d'arte, di tecniche di coniazione e di falsari, di grandi avvenimenti e curiosità. Come quell'aneddoto che ama raccontare la conservatrice del Museo numismatico Silvana Balbi de Caro. La visita che le fecero tre "donne Savoia", delegazione in grande stile, all'indomani della morte di re Umberto nel 1983 e della consegna allo Stato italiano dell'ultimo residuo della grande collezione di monete di Vittorio Emanuele III. Per chi ancora non lo sapesse, avevamo un re grande numismatico. Fece costruire l'edificio della nuova Zecca d'Italia (che ora forse rischia pure di finire venduto), istituì la prestigiosissima Scuola dell'arte della medaglia (dove tuttora le zecche di tutto il mondo mandano i loro migliori artisti a perfezionarsi), collezionò circa 100.000 monete che donò all'Italia mentre nel 1946 si imbarcava alla volta di Alessandria d'Egitto. Unica condizione: che venissero valorizzate, studiate, mostrate al pubblico. Si è fatto poco. Per questo nel 1983 le tre signore vollero esprimete il proprio disappunto. Ora forse i nuovi Savoia sono in altre faccende affaccendati: il rientro in Italia, il matrimonio del figlio, nonni tra breve. Chissà se prima o poi invieranno un'altra delegazione. Oggi però un'esposizione al pubblico c'è, il "forziere" a Palazzo Massimo per l'appunto. Ma è solo una piccola briciola nel grande mare delle collezioni. Mare da cui di recente è persino sparito qualcosa. Come? Semplice! Lo studioso o il fotografo va, chiede di esaminare la tal moneta, con mossa fulminea la scambia con una falsa, e il gioco è fatto! Le monete sono preziose ma piccolissime, rischiano di sparire come se nulla fosse. Così è scattato il coprifuoco: ora nessuno, neppure lo studioso, per quanto insigne, può vedere quelle 500.000 monete. Ali Babà, pensaci tu. Qualche miracolo l'hai già fatto. A Bologna, a Milano, nel Veneto hai dotato quelle caverne di splendide banche dati informatizzate. Chiunque può vedere, conoscere, studiare quelle monete dallo schermo di un computer. Senza pericolo che finiscano nelle tasche e poi nelle aste svizzere o londinesi. Ora mancherebbero tutte le altre caverne d'Italia: i vari musei, le chiese, le collezioni private. Vedi un po' tu, quanti «Apriti Sesamo!» sai pronunciare.