II 20 aprile riaprono completamente rinnovate le nuove sale del museo dedicate alle spettacolari collezioni d'arte greco-romana: carri etruschi, affreschi pompeiani e sculture. Ma anche supporti informatici ad alta tecnologia Nel visitare le nuove gallerie del Metropolitan dedicate alle arti di Grecia, Magna Grecia, Impero ellenistico, Etruria e Roma m'è tornato a mente un lungo colloquio con Philippe de Montebello in cui, per darmi un'idea concreta delle varie fasi attraverso cui al Metropolitan Museum un progetto doveva passare prima di diventare realtà, mi aveva rivelato che stava seriamente pensando alla possibilità di smontare il grande ristorante che occupava la punta estrema dell'ala sinistra del museo per installarvi le collezioni dell'antichità classica. «È una bella idea aveva detto e sarebbe un ritorno alle origini, ma chi sa se è realizzabile». Altro che realizzabile, il suo piano è ormai realizzato. Da quella conversazione sono trascorsi più di 15 anni, in cui è stato necessario creare nuovi spazi anche sotterranei per uffici amministrativi, ristoranti e caffè e ancora più faticoso è stato trovare benefattori disposti a fornire varie decine di milioni di dollari indispensabili per aprire spazi luminosi che prendessero il posto dell'orrendo pasticcio di stili del ristorante, concepito negli anni 50 da un interior decorator. Ma ora tutto questo appartiene al passato e, secondo le parole del direttore «nei prossimi giorni per la prima volta, in gallerie luminose distribuite su due piani diventano accessibili 6 mila opere che da decenni erano state chiuse nei magazzini e numerose altre solo recentemente acquistate e restaurate». Fra le opere e gruppi di opere che dopo una così lunga eclisse acquistano nuova vitalità e rilevanza meritano particolare attenzione la famosa biga etrusca trovata nel 1902 a Monteleone di Spoleto, insieme con numerosi utensili di ferro e di acciaio, e gli stupendi affreschi di Boscoreale e Boscotrecase. Gli esperti non sanno dire se la biga sia opera di un artista greco o di una bottega etrusca. Però, a parte la rarità di questo veicolo costruito quando ormai aveva acquisito funzioni puramente cerimoniali, dopo i recenti restauri colpisce la forza drammatica dei suoi pannelli in cui si raccontano i diversi momenti della vita di Achille, fino all'apoteosi finale su un carro tirato da cavalli alati. Ma anche se la biga è l'oggetto che suscita maggiore interesse e curiosità, nella raccolta etrusca del Met c'è sufficiente varietà di stili per concludere che anche la grande rassegna sugli Etruschi, organizzata nel 2000 da Palazzo Grassi, non ci offrì un panorama completo. Fra l'altro, il ritratto in terracotta del periodo fra la fine del IV secolo e l'inizio del III a.C. di una giovane donna che indossa indumenti, collane, orecchini e altri gioielli riprodotti dal vero con estrema fedeltà, proietta una tale immediatezza e vivacità da far pensare a un ritratto rinascimentale. È chiaro che qui l'arte ha raggiunto la sofisticatezza che si troverà poi solo in certe composizioni della tarda repubblica romana. Un'altra delle gioie di queste gallerie è trovare finalmente riuniti tutti gli affreschi pompeiani. Il Met si è sempre vantato di possedere la più grande collezione di pittura romana fuori d'Italia. Apparentemente gli affreschi della Villa di Boscoreale sono basati sui cicli iconografici delle corti macedoni dell'inizio dell'epoca ellenistica. Nella camera da letto, gli americani hanno potuto riprodurre perfino l'inferriata della finestra distrutta dal calore delle ceneri. Senza entrare nei dettagli dei tanti temi trattati in questi affreschi, anche il visitatore meno preparato è subito colpito dalla forza e immediatezza dei colori. Solo in certe tombe egizie ho visto colori che hanno mantenuto altrettanto freschezza. Forse, la qualità di quelli di Boscoreale e Boscotrecase è dovuta al fatto che gli americani poterono impossessarsi degli affreschi subito dopo la loro scoperta. Il Metropolitan Museum non ha complessi monumentali antichi come il grande Altare di Pergamo dello Staatliche Museum di Berlino, i Marmi del Partenone del British Museum o le centinaia di affreschi staccati del Museum Archeologico di Napoli a Pompei. Perciò la collocazione di ogni opera dipende da come meglio può essere valorizzata nel contesto ambientale in cui si trova e in relazione agli oggetti più vicini. Per lungo tempo, il dipartimento di arte greca e romana era strato diretto da Dietrich von Bothmer, un aristocratico tedesco senza alcun senso della scenografia; il quale secondo la testimonianza di un suo coetaneo se aveva venti statue di imperatori, le metteva su uno scaffale l'una accanto all'altra come se fossero scatole di pomodori. Il direttore De Montebello ha concepito la riorganizzazione delle sezione greco-romana come un progetto di stretta collaborazione fra architetti, il direttore del dipartimento e gli esperti addetti alle mostre e ai progetti speciali. Insieme col nuovo direttore di sezione Carlos Picón, che era andato a scovare nel Texas, De Montebello aveva fatto con grande successo il primo esperimento di questa strategia con la riorganizzazione di una decina di anni fa della collezione di arte greca. Rispetto alla riorganizzazione precedente soprattutto nel salone centrale, si notano non solo sculture famose, ma anche varie opere scoperte solo recentemente. Occorre infine segnalare la sala studi. Qui sono state riunite 4mila opere minuscole e frammenti identificati con numeri. Ma sugli schermi elettronici, a disposizione del pubblico, arrivano immediatamente tutti i dati tecnici e storici degli oggetti, che sono anche presentati in movimento. Quest'immensa enciclopedia, che è ancora incompleta, dimostra che cosa si può fare in un museo quando si può lavorare anni e anni con studenti, volontari, studiosi, abbondanza di entusiasmo e di capitali. «Io non restituisco!» Carlos Picón è il curatore preferito di Philippe De Montebello e a lui è stato affidato il compito di riorganizzare il settore dell'arte greca e romana. Ma il discepolo non sempre concorda con il maestro. In particolare, Picón non ha apprezzato che nelle controversie sul Vaso di Eufronio», De Montebello si sia presentato come il profeta della politica delle restituzioni, e ancor meno apprezza il protocollo di cooperazione preparato dall'associazione degli archeologi. «Gli archeologi sono gelosi dei tombaroli ha dichiarato al "New Yorker" , scavano scavano e non trovano mai nulla, mentre i tombaroli, che non hanno educazione ma hanno istinto, sanno come andare a colpo sicuro. La politica delle restituzioni è una follia. Siccome non hanno gallerie o magazzini, gli archeologi della Grecia e della Turchia dicono: dove mettiamo la roba che ci rimandano dall'America? Anche i pezzi rimandati in Italia da Boston sono stati esposti per una settimana, ma dove sono ora?». Picón sostiene che è una leggenda che il traffico illegale sia in continuo aumento. Le vere scoperte che servono alla crescita delle collezioni si basano soprattutto sullo studio e la conoscenza di opere, anche se scomparse da decenni. Per questo, quando Sotheby's ha messo sul mercato «una statua di Artemis», Picón ha subito capito che non si trattava di una dea, ma del famoso Apollo di Thomas Hope smarrito fino dal 1917. Si è precipitato a trovare un collezionista che lo comprasse e lo donasse al Met. Com'è prontamente avvenuto. M.Cal.
il Sole 24 Ore
15 Aprile 2007
NEW YORK - Ercole torna al Metropolitan
MA
Mauro Calamandrei
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
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