Fosse solo questione di "appellomania". Sarebbe uno dei tanti "vezzi e malvezzi" napoletani, a cui siamo abituati e rassegnati. Purtroppo cè di più: e molto di più. Il diluvio di petizioni al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorda in maniera impressionante una condizione assai tipica e ricorrente in tutta la storia europea dantico regime prima della rivoluzione francese. Le comunità dei sudditi, sia quelle meglio rappresentate sia quelle sottorappresentate, si appellavano al sovrano perché riconoscevano solo alla sua autorità alcune prerogative in grado di rispondere ai loro bisogni Il re era considerato infatti il padre buono, larbitro al di sopra delle parti, il sommo giudice, capace di amministrare con equità la giustizia, che non avrebbe mai ingannato i sudditi o leso i loro interessi. I ministri potevano invece essere cattivi, succhiare il sangue dei sudditi, amministrare addirittura contro la volontà del monarca. Insomma la fedeltà assoluta al monarca, lobbedienza, doveva essere ricambiata attraverso la paterna assistenza del "sovrano tutore". In Francia, durante le rivolte contadine e urbane del Seicento, si gridava: "Viva il re senza la gabella!". A Napoli, durante la rivolta di Masaniello: "Viva il re, mora il malgoverno!". Così le popolazioni cercavano di contrastare quel processo che ha condotto allo Stato moderno, fondato sulla divisione tra la titolarità e la gestione del potere. Oggi, qui a Napoli e in Campania, sembra che il tempo storico segni una preoccupante regressione allepoca di Carlo V o di Filippo II. Giorgio Napolitano è il presidente di una repubblica democratica, fondata sulla Costituzione, su una ricca articolazione istituzionale centrale e periferica dello Stato, su una rete apparentemente robusta ed efficiente di enti locali, su un sistema sociale di corpi, ceti, professioni, associazioni, per natura, struttura, identità e funzioni assai diversi da quelli dellantico regime prima della Grande Rivoluzione. Sorprende che tutti, ma proprio tutti i "petenti" mostrino di non avere coscienza delle differenze. E allora le petizioni al presidente della Repubblica non arrivano esclusivamente da corpi, ceti professionali, associazioni. Gli appelli partono persino da enti locali che, invece di svolgere al meglio il loro mestiere, invocano la protezione del presidente-sovrano: molto spesso non per sollecitarne la facoltà di arbitrare al di sopra delle parti, ma per tirarlo per la giacca al fine di ottenere il sostegno del presidente, per esempio, alle ragioni del Comune contro quelle di unaltra istituzione, la Soprintendenza. Qui siamo davvero al paradosso. Siamo governati da un ceto dirigente che non nutre più alcuna fiducia nella sua capacità istituzionale. Ha bisogno della legittimazione superiore del presidente della Repubblica perché, assai spesso, è incapace di assumersi le sue responsabilità: incapace cioè di governare. E così gli appelli si moltiplicano: non solo al presidente della Repubblica, ma anche al presidente del Consiglio che dimenticherebbe gli impegni assunti nei confronti di Napoli. In altri casi il presidente Napolitano è oggetto delle pressioni lobbistiche per la nomina di senatori a vita, di petizioni che sbagliano interlocutore come quelle del tribunale e degli avvocati, e così via. Qui scappano veramente tutti dalle loro responsabilità istituzionali. E poi ci si lamenta della borghesia "disfattista e ruinunciataria". Quando finirà il dramma farsesco del gioco delle parti?
NAPOLI - La moltiplicazione degli appelli a Roma. Come i sudditi che imploravano il monarca
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riceve una grande quantità di petizioni da diverse parti, tra cui enti locali e associazioni. Questo fenomeno ricorda la condizione dei sudditi dell'antico regime, che si rivolgevano al sovrano per ottenere assistenza e protezione. Oggi, in una repubblica democratica, questo comportamento sembra essere una regressione storica. I petenti non sembrano avere coscienza delle differenze tra il potere centrale e quello locale, e spesso chiedono protezione al presidente della Repubblica per ottenere vantaggi personali o per influenzare le decisioni istituzionali.
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