Cominciano a essere rari, anche in Italia, i luoghi incontaminati, i paesi in cui gli amministratori non abbiano proiettato il loro cattivo gusto, sfigurando muri e pietre in un'orribile rigenerazione funeraria. Migliaia di architetture sono state cancellate con edilizia di sostituzione fino a diventare spazi anonimi e senza identità. Se si escludono le grandi città e alcuni centri storici, solo in parte risparmiati, molti paesi minori in Calabria come nel Veneto, in Molise come in Lombardia, regioni unite nell'orrore, tutti i paesi ritenuti minori, senza particolari emergenze architettoniche, sono stati devastati. ; Così appare un miracolo che, probabilmente grazie alla povertà, si sia salvato, per esempio, Morano Calabro; o che Altomonte, grazie alla lontana intuizione del sindaco Costantino Dell'Uscio, o Longiano, o Labro abbiano avuto interventi di recupero, pazienti e corretti, mentre per altre strade siano risorti borghi morti e abbandonati come Civita di Bagnoregio e Montegridolfo, quest'ultimo grazie alla passione di Alberta Ferretti. La bontà dei restauri, l'attenta manutenzione, la conservazione dello spirito, ne fanno luoghi sempre più rari, sommersi, come siamo, dall'orrore. E se alcuni siti appaiono perdutamente romantici, come Ninfe, dove l'opera dell'uomo, come in alcuni templi remoti di Ankorwat, è sopraffatta dall'esuberanza della natura, dobbiamo riconoscere che quella misura, quel mantenimento sobrio attestano che una piccola rivoluzione è stata compiuta, purtroppo senza benefici effetti a catena. Pensiamo cos'è diventata la piazza di Santa Teresa di Gallura, o quella della già bellissima San Candido, cui ci si è applicati con un gusto a metà strada fra un negozio di Armani e una discoteca, distribuendo palle e palline luminose tra la Chiesa romanica e quella barocca, o, poco lontano di lì, la piccola città di Monguelfo dove, non essendo mai arrivato il terremoto, il sindaco ha pensato bene di buttar giù lo storico e solido edificio della Pretura, per rendere l'effetto di un paese terremotato. Terremoti e frane hanno, talvolta, costretto ad abbandonare insediamenti che sono rimasti scenografie di un'altra epoca. A giudicare dalla nessuna considerazione per le mirabili rovine di Noto antica, si direbbe che siti abbandonati di quel tipo siano uno scomodo ingombro, invece del tesoro che sono. Faccio queste riflessioni pensando a Roscigno Vecchia, sperduto borgo del Cilento nell'entroterra di Paestum, abbandonato già agli inizi del Novecento. Eppure i fantasmi delle case, e le strade, le piazze, le fontane e la bella chiesa sono l', con i loro profili bassi, le sagome inalterate, e l'ombra di Dorina, ultima custode che si è appena allontanata. Difficile immaginare qualcosa di più prezioso di ciò che, nella catastrofe del nostro tempo, documenta un tempo irrimediabilrnente perduto, senza l'artificio della ricostruzione in stile o della sostituzione. Eppure Roscigno è in assoluto abbandono. Le autorità dello Stato e della Regione che apargono danaro per inutili imprese dissennate, dalla cancellata di Mendini per la Villa comunale di Napoli alla metropolitana di Gae Aulenti, ai capricci di Bonito Oliva, non capiscono lo spirito che sopravvive in quei muri diruti e che altrove è per sempre dissolto. Ciò che è unico e assoluto, rispetto a ciò che è uguale, meccanico, ripetuto, sembra non aver valore in uri fatalistico atteggiamento rinunciatario. Ha scritto bene Lucia Clemente: «Pompei è risorta maestosa dalle ceneri, Roscigno, dopo un secolo di lunga agonia, sta esalando l'ultimo respiro, tra l'indifferenza delle autorità competenti, e dei ciarlatani preposti alla cura che, come i medici, disaccordi sulla terapia, continuano a discutere e a litigare mentre il povero ammalato se ne muore [...]. Povera Roscigno mia, e non già povera "Pompei del duemila"». Ed è tanto vero, che sono molto meno rari i siti archeologici delle testimonianze integre del secolo scorso, cancellate, imbellettate, stravolte. O dovremo conservarne soltanto l'ipocrita ricordo?