Nei giorni scorsi si è svolta a Palazzo Ducale una interessante "due giorni" di dibattito sul tema "Fare cultura a Genova". L'iniziativa era organizzata da Luca Borzani e doveva anche funzionare come una sorta di bilancio dell'esperienza dello stesso nell'ufficio di assessore alla Cultura. Parlare di Cultura "in generale" è sempre abbastanza arduo, parlarne con riferimento a Genova è impresa che ha del temerario. In realtà se fossimo obbligati a dare una definizione del termine non potremmo che chiedere aiuto all'antropologia che ne dà sempre la definizione più soddisfacente. Secondo Ulf Hannerz, ad esempio, "la cultura è l'insieme dei significati elaborati dagli esseri umani che - in quanto condivisi - trasformano a loro volta gli individui in membri di una società". Cosi concepita la cultura viene socialmente organizzata tanto da grandi istituzioni centralizzate, come la scuola e i media, quanto in modo diffuso in subculture e pratiche della vita quotidiana, Insomma la Cultura è lì, a Genova come a Hong Kong, e non è detto che a "farla" sia più il grande scienziato che lo sciamano, più il parroco che RaffaellaCarrà. Naturalmente l'incontro aveva obiettivi più limitati trattando di cultura nell'accezione più praticatata ovvero, biblioteche, musei, mostre, concerti, libri e via discorrendo. Un ambito in cui la città di Genova, almeno negli ultimi due secoli, ha storicamente svolto un ruolo periferico, essendo impegnata in altre culture, la cultura industriale, portuale, commerciale. Del capitale e del lavoro, insomma. Salvo costruirsi nicchie dove arte, musica, letteratura e teatro partorivano promettenti neonati che poi sarebbero cresciuti altrove. Nell'occasione Borzani si è fatto portatore della sua "filosofia" (che qualcuno ha definito, con una punta di malizia, il "borzanismo"), che poteva assomigliare tanto a un bilancio quanto ad un programma (in vista di nuovi incarichi?) e che ruota intorno ad alcune parole-chiave: città multicentrica, identità e inclusione, creatività giovanile, contemporaneità, rete. Quest'ultima idea è forse quella che ha le maggiori ricadute politiche, L'idea di lavorare "in rete", ovvero mettendo a frutto per gli stessi obiettivi risorse diverse (istituzioni, associazionismo, sponsor), va infatti contro il più tradizionale dei vizi vezzi genovesi: il veto incrociato. Il dibattito a moltissime voci, ha messo in luce una fervida volontà di "fare sistema" (ma probabilmente chi non era abbastanza "fervido" non è stato invitato), ma ha evidenziato i molti problemi. In primo luogo le difficoltà di comunicazione, non soltanto verso l'esterno (la Regione, l'Italia, il Mondo, la Galassia), ma anche all'interno (che l'ufficio A settore B non sappia cosa fa l'ufficio B settore A) e poi il nodo dei finanziamenti che tutti hanno dato per scontato in calo. Dimostrando grande senso della realtà ma scarsa fiducia nel governo Prodi e nelle sue promesse.