Tutti vogliono viaggiare in prima, canta Ligabue. E se vanno in crociera, aggiungiamo, tutti vogliono vedere piazza San Marco dal pontile del transatlantico. Clic, beautiful. Punto di vista originale (possibile solo da qualche anno) su Venezia, se dalla nave si guarda dall'alto in basso. L'effetto ottico è quello dell'elefante e del topolino. La proporzione consolidata e accettata nei secoli era quella della gondola e della piazza. Tributo alla modernità? Riavvolgendo il film, bisognerebbe considerare come il transatlantico è arrivato fino 11, passando per gli antichi canali e quasi occupandoli per intero. Immaginarsi il moto ondoso e le conseguenze per palazzi già compromessi. Valutazioni da ambientalisti passatisti? Purtroppo, negli ultimi anni, circa gli effetti deleteri del supposto progresso sulla città unica, i passatisti hanno avuto ragione. Per contro l'Autorità portuale dirama i suoi bollettini della vittoria: 1.453.513 passeggeri, tra traghetti, crociere e navi veloci, nel 2006 quando erano 1.124.213 nel 2003. Quanto alle merci, il confronto tra gennaio 2007 e 2006 segna più 12,3 percento, 2.642.060 tonnellate contro 2.351.989. Le ragioni del business contro quelle di una Laguna che sarebbe da maneggiare con cura. Venezia e il suo porto. Una storia prima felice e poi dolente. Felice quando era Serenissima, dolente dal dopoguerra quando lo scavo negli anni Sessanta del "canale dei petroli", 12 metri di profondità, è stato almeno un elemento di concausa per l'aggravarsi del fenomeno dell'acqua alta. C'era anche nei secoli dei secoli, come vuole l'antico adagio per cui la marea «sie ore la cala, sie ore la cresce». Ma ora il mare, trovando una vìa più grande, si abbatte con maggiore violenza per i canali. Il famoso Mose dal costo iperbolico, più di 4 miliardi di euro, sarebbe in questa analisi, l'ennesimo tributo a quelle che dovevano essere le magnifiche sorti e progressive della chimica. Sul cui conto ci sono già i morti e l'inquinamento. Non basta, nella storia c'è anche un morto ammazzato. Era il 1994 e il direttore generale del porto Alessandro di Ciò fu ucciso da Alessandro Travagnin, direttore della Compagnia dei lavoratori portuali. Controversie nate all'epoca della privatizzazione dei servizi. Ora il porto è un grande business. Talmente grande da ingolosire politica e uomini d'affari. E quando il mix si combina esplodono le polemiche, preludio agli scandali. L'ultima baruffa veneziana ha per epicentro Giancarlo Zacchello, 74 anni, presidente dell'Autorità portuale, già presidente di Unindustria Venezia, Arsenale Spa e Porto Marghera, nonché titolare di innumerevoli cariche in varie aziende. Fu indicato per l'incarico nel 2004 dalla Regione Veneto, il che significa Giancarlo Galan, e la nomina fu poi approvata dall'allora ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi. Promise, Zacchello, di spogliarsi delle azioni in società in relazioni col porto, per allontanare ogni sospetto di conflitto di interessi. In particolare disse di essersi liberato della Multi Service, azienda fondata da lui stesso e dai suoi familiari che poi, con Zacchello regnante sul porto, ha goduto dell'assegnazione di diverse aree su cui compiere affari d'oro. Fino all'iperbole di un'area comprata per 4 milioni e rivenduta dopo due anni per 15. Tutto bene se non fosse che un'accurata inchiesta condotta da Alessandra Carini per il quotidiano "La nuova Venezia", ha dimostrato come i legami tra Zacchello e la Multi Service non siano del tutto recisi se una società del presidente ha mantenuto un pegno che scade nel maggio 2008 a garanzia del pagamento di 1,4 milioni di euro. Il pegno lascia di solito un diritto di voto su quelle azioni. Avremmo voluto chiedere conto all'interessato dell'intricata faccenda. Il suo ufficio stampa però fa sapere che il presidente «non si trova in buone condizioni fisiche e dunque non può parlare ». Così non resta che prendere atto di quello che ha detto lo stesso Zacchello alla "Nuova Venezia": «I pagamenti sono stati rateali e quindi abbiamo mantenuto azioni in pegno, senza diritto di voto a garanzia della vendita. Non vedo dunque dove sia il conflitto di interessi». Aggiungeva, Zacchello, di non conoscere i proprietari della Nikolson, società olandese il cui controllo si perde nei paradisi fiscali. E questo nonostante siano numerosi i passaggi di quote tra la Nikolson stessa e sue aziende che hanno a Venezia il loro epicentro d'affari: «Da quando sono presidente a me interessa solo salvaguardare gli interessi del porto e non chi vi fa business». Sarà, ma su questo assunto non sono in molti ad essere convinti. In particolare non ne sono convinti i fratelli Vittorio e Roberto De Pità che, tramite il loro avvocato Eugenio Vassallo, hanno depositato in Procura una memoria in cui spiegano di essere stati defraudati di un loro legittimo diritto a lavorare in un'area del porto e di come Zacchello abbia esercitato abuso di potere per favorire la concessione di quell'area alla solita Multi Service. E non sono i soli a voler resistere agli espropri. Anche l'imprenditore di Cittadella Andrea Gabrielli ha deciso fermamente di opporsi a quello che ritiene un sopruso. Caso dopo caso, la magistratura ha deciso di aprire un'inchiesta. Anzi, le inchieste sarebbero almeno due e riguardano concessioni e canoni. Negli ultimi tempi si sono presentati negli uffici per sequestrare carte sia i carabinieri sia la Finanza. Le stesse Fiamme gialle si erano già imbattute in Zacchello nel corso degli accertamenti su Alfredo Aiello, un ex sindacalista, arrestato per millantato credito in quanto si proponeva come mediatore per la vendita di alcune aree a Mestre. In alcune società di Aiello compare come socia la moglie di Zacchello, Maria Luisa Barici. Questi ultimi sviluppi sono stati sufficienti perché il deputato dei ds Andrea Martella chiedesse a gran voce le dimissioni di Zacchello: « Lo avevo già fatto nel 2004 al momento della nomina e avevo denunciato il conflitto di interessi. Ma Zacchello ha sempre goduto della rotale copertura del presidente della Regione Galan e di tutto il centrodestra». Si rispolverano fotografie del 2 marzo 2006 quando dietro una mastodontica torta compaiono Zacchello, Galan e Lunardi per un ricevimento in occasione della celebrazione dello scavo dei fondali lagunari. Una festa costata all'Autorità portuale 150 mila euro. Denaro pubblico finito nelle tasche di un'azienda specializzata in pubbliche telazioni, la Bine con sede legale a San Marino per la quale lavorano l'ex segretaria di Galan Claudia Minutillo e il suo ex addetto stampa Gianluca La Torre. Da Forza Italia e immediati dintorni sono arrivati al porto altri numerosi consulenti. Come Patrizia Marin, cui è stato affidato «l'ufficio stampa per l'Autorità e per il suo organo di vertice, il presidente». O Tommaso Riccoboni, dirigente per il settore investimenti. E sono solo due esempi. Il porto è un centro di potere e di affari destinati, nel futuro, ad ingigantire in modo esponenziale. Perché ci sono le aree delle banchine che stanno sul mare e sono poche e valgono oro, ma dietro c'è un territorio sconfinato che in prospettiva vale assai di più. Zacchello ha già ammesso di guardare all'area ex Enichem come possibile espansione. Siamo nell'area industriale di Porto Marghera, forte dei suoi 2.000 ettari, con 18 chilometri di canali marittimi, 32 chilometri di canali industriali, 40 di strade interne, 135 di rete ferroviaria e almeno 100 accosti per 13.000 metri di banchina. Un'area vastissima da bonificare visto che, stando al "Rapporto sulla compromissione e lo stato dei fondali lagunari" commissionato dal Magistrato alle Acque e dall'Autorità portuale, risulta vi siano 7 milioni e mezzo di metri cubi di fanghi tossici e nocivi dei quali ben 1.600.000 metri cubi sono classificati come «molto pericolosi» e dovranno essere scavati e opportunamente trattati in modo da non rilasciare più agenti tossici e preservare le falde sotterranee dai rischi di inquinamento. Di fatto c'è un'area più estesa della città storica di Venezia che dovrà essere bonificata e messa in sicurezza. L'assessore provinciale all'Ambiente, il verde Ezio Da villa, quantifica in «una Finanziaria nazionale», il costo complessivo dell'operazione. La cifra indefinita significa, comunque, svariati miliardi di euro. Sinora ci sono a disposizione solo i 70 milioni stanziati dal governo di centrosinistra alla fine degli anni '90 e i 271 ottenuti dalla Montedison come risarcimento dall'allora pm del processo al Petrolchimico Felice Casson. Affrontare la colossale operazione nella sua totalità è impossibile. Bisogna procedere per gradi. Intanto si è iniziato con la messa in sicurezza della fascia che si affaccia su Venzia per impedire lo sversamento in mare di fanghi tossici. Qualcosa. Il grosso deve venire. È il grande affare del futuro. Nella speranza che grande affare, secondo italico costume, non si trasformi in grande occasione per i soliti noti.
L'Espresso
13 Aprile 2007
Titanic in Laguna
G.
G. Riva
L'Espresso
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