Un gigantesco villaggio turistico da mille posti e 45 mila metri cubi di cemento. E' questo il futuro di uno dei luoghi simbolo dell'archeologia industriale dell'Isola d'Elba, sulle spoglie delle vecchie miniere di ferro di Vigneria. L'area a picco sul mare, in una delle zone più selvagge e affascinanti dell'Isola, è uno degli undicimila beni immobili che lo Stato doveva vendere per sanare parte del debito pubblico. Il demanio non venderà nulla, se non questo lembo di terra. Il comune è quello di Rio Marina, millecinquecento abitanti che vivono a ridosso delle miniere dismesse di Vigneria, dove fino a metà degli anni Ottanta lavoravano circa 200 operai. Poi il declino: cassa integrazione, disoccupazione, un rapporto non favorevole con il turismo che, invece, in altre zone dell'isola continuava a crescere. Che fare, allora, di questa zona ex mineraria di casupole, baracche, capannoni e manufatti vari. Le amministrazioni che si sono succedute a Rio Marina (tutte di centrosinistra eccetto l'ultima) sono state concordi nel voler destinare Vigneria ad una struttura turistica. E lì sono cominciate le guerre e le polemiche. Il Comune abbozzò un'ipotesi di progetto edilizio fin dai primi anni Novanta: un orrore di cemento che si estendeva lungo la costa fino al mare. «In questo momento - dice Umberto Mazzantini, elbano e responsabile di Legambiente per le piccole isole - di progetto c'è solo quello: una colata di cemento per realizzare un villaggio più grande del paese medesimo e, per giunta, destinato a rimanere vuoto l'inverno. Una realtà spettrale, senza dire del forte impatto ambientale e della concorrenza che farebbe al resto dell'isola nella distribuzione delle risorse idriche». L'Agenzia del Demanio, proprietaria dell'area e dei manufatti, ha gettato acqua sul fuoco prima di avanzare qualunque proposta: non c'è stata alcuna comunicazione ufficiale e sul sito Internet non c'è traccia di alcuna dismissione imminente. Eppure è sicuro: venerdì 20 aprile sarà bandita l'asta per la vendita della zona con tutti i suoi manufatti: il prezzo da cui partire sarà di 11 milioni e ci saranno 40 giorni di tempo per presentare le offerte. In tutta questa operazione l'Agenzia del Demanio si è voluta tutelare rispetto al destino dell'area e anche rispetto alle eventuali polemiche che la dismissione avrebbe comportato. Da qui il prudente silenzio. E comunque, prima ancora di bandire la vendita, ha imposto, attraverso la Soprintendenza regionale della Toscana ai beni ambientali, una serie di vincoli. Nelle tre cartelle di testo si sono fissati ben 31 paletti diversi, il cui senso generale è che nulla di nuovo potrà essere costruito, mentre tutto potrà essere recuperato e riutilizzato. Per alcuni padiglioni (quelli posticci in lamiera) vale il criterio che non può essere superata la cubatura, per i restanti manufatti, specie se di pregio, si potrà invece solo cambiare la destinazione d'uso. «In questo modo - dicono i tecnici dell'Agenzia del Demanio - abbiamo salvaguardato una realtà che appartiene al paesaggio e alla memoria storica del luogo ma, soprattutto, abbiamo vincolato le aree verdi». Non ci sarà più dunque la colata di cemento a mare e la parte costiera resterà boscosa. Resta da vedere chi comprerà ora questa zona turisticamente secondaria e piena di vincoli ambientali. Legambiente continua però ad essere molto scettica, anche perché considera l'amministrazione cittadina (di centrodestra) un po' troppo accomodante rispetto alle esigenze dell'industria turistica. «Questi ambientalisti - ha dichiarato nei giorni scorsi il sindaco di Rio Marina Francesco Bosi - sono contro tutto e contro tutti. E, ovviamente, vogliono avere sempre ragione loro. Ma non sarà un po' troppo?». Intanto, l'Agenzia del Demanio non batte ciglio. Vuole stare fuori da tutte le polemiche locali. Ha messo Vigneria in una botte di ferro di vincoli e restrizioni, per il resto starà a vedere. Con una sola speranza: che la base d'asta lieviti rapidamente.