Spropositate dimensioni», «mutamento antropologico», «stravolgimento del profilo collinare», «tipologia architettonica utilizzata». Sono questi i buoni e giusti motivi per i quali il presunto eco-mostro che deturpa il borgo medievale di Monticchiello va abbattuto. Parola di Alberto Asor Rosa. Un complesso edilizio, però, come appurato da Libero, realizzato nel rispetto di tutte le normative in materia di urbanistica, grazie a permessi rilasciati dal Comune di Pienza, dalla Soprintendenza per i Beni architettonici e il Pae-saggio di Siena e i vari enti competenti. Tutto in regola, fino all'intervento del ministro Rutelli il quale, sollecitato dall'in-fuocato articolo del professore su la Repubblica, congela la questione. Un afflato di sensibilità ecologista, quella di Asor Rosa? «Nel cercare una spiegazione a quella inaspettata reazione del professore, che rischia di portarci al fallimento» dice Stefano Lo Cicero, portavoce di Iniziative Toscane, l'azienda costruttrice, «si era pensato a motivi politici. Invece, scorrendo la domanda riconvenzionale presentata a metà marzo dai legali di Asor Rosa, Adolfo Di Majo e Emanuele Squarcia, in risposta a una nostra querela, viene fuori il reale motivo». Che non sarebbe tanto l'amore per la Toscana, piuttosto, si legge nella riconvenzionale, «i due risvolti economici che così il professor Asor Rosa dovrà subire». Vale a dire: «II primo, quello dello svilimento del valore del suo immobile (sotto al borgo, ndr). Un vecchio casale di campagna», un «posto incantevole» che «si ritroverà immerso in ima realtà cittadina e privato delle caratteristiche che lo rendevano, senza mezzi termini, "prezioso". Di tale deprezzamento, dunque, si chiede il risarcimento alla Iniziative Toscane». Il secondo risvolto «anche se non patrimoniale, è quello relativo alla impossibilità», per il professore, «di continuare a vivere nella affascinante realtà della campagna toscana, ove era riuscito ad acquistare il ridetto casale». Dunque, per colpa di quel dannato cantiere, il professore sarà «costretto a vivere in una zona completamente stravolta, snaturata, a contatto con centinaia e centinaia di turisti domenicali che turberanno irrimediabilmente la pace e la serenità dei luoghi de quibus». Via da Monticchiello il popolo pecorone, dunque, via i vacanzieri beceri e tutti quelli che vogliono godere delle meraviglie del Parco della Val d'Orcia. Quello è esclusivo di pochi, di quella sinistra "al caviale" (ma forse in questo caso è più appropriato dire "al pecorino toscano e al Brunello") che da Capalbio, a Sabaudia, a Pienza può permettersi , ville e casali. Per gli altri non c'è posto, che restino nei loro «casermoni condominiali». Tanta misantropia di Asor Rosa, è però, compensata dalla richiesta di risarcimento: i 500 mila euro di danni reclamati ad Iniziative Toscane, infatti, non finiranno nelle sue tasche, ma, filantropicamente, in quelle di un «ente che persegua istituzionalmente la tutela del territorio in Italia». Forse quel coordinamento dei comitati ambientalisti toscani, nato due settimane fa sulla scia del "caso Monticchiello", e presieduto proprio dal professore? Mal de vivre per lo studioso, insomma? Voglia di fuggire anche dalla Toscana Felix? Non si direbbe, stando al racconto di Giuseppe Corda, agricoltore di Monticchiello, confinante con la proprietà di Asor Rosa e in conflitto da anni con quest'ultimo. «Dopo aver chiuso indebitamente l'unica strada che portava alla mia proprietà» racconta Corda «con sbarre abusive non ancora rimosse (in contrasto con un ordinanza del Comune di Pienza del 28 aprile 2005: il termine di rimozione era di 30 giorni, ndr) il professore adesso ha fatto un'offerta per comprare la mia casa e i miei terreni: per fortuna che dice di trovarsi tanto male, qui in Val d'Orcia».