Chi ha letto il reportage del "Corriere" di domenica sul parco culturale che sta nascendo ad Abu Dhabi si sarà stupito perché fra i professionisti chiamati ad allestire i cinque musei previsti nel progetto ci sono americani, iraniani, francesi e giapponesi, ma nessuno che venga dal Belpaese. Eppure uno dei musei è dedicato all'arte antica (ma sarà una succursale del Louvre), e un altro ospiterà collezioni della fondazione Guggenheim (appena espulsa da Venezia). Il Belpaese, invece, sarà rappresentato dalla Ferrari. C'è da chiedersi come mai l'Italia sia così poco competitiva in un settore di cui peraltro si considera leader mondiale. E c'è da aggiungere che, come dimostrano i successi delle nostre missioni in Cina, in Iraq, in Iran e in molti altri paesi, il primato italiano regge ancora nei campi più legati alla ricerca (dal restauro agli scavi archeologici). Ma resta il deficit nel campo della cosiddetta valorizzazione, che è poi un tema del quale ci si riempie la bocca nei convegni, e le tasche in sede di allocazione di fondi pubblici: Come mai lo spiega Riccardo Chiaberge nel domenicale del "Sole 24 Ore", confrontando musei inglesi e italiani e sfidando i turisti (che secondo i telegiornali affollano in questi giorni le "città d'arte") a decifrare la targa con cui li si avverte che alla stazione Termini affiora un «muro di controscarpa dell'aggere serviano». Per Chiaberge «bisognerebbe cambiare la testa dì burocrati e professori, che scrivendo non pensano alla gente normale, ma solo ai colleghi e rivali accademici», ed è difficile dargli torto. In attesa del miracolo, però, si può fare anche altro. Il ministro Rutelli ha presieduto di recente un convegno su beni culturali e innovazione tecnologica. C'è da sperare che in quella sede non si sia parlato solo di "digitalizzazione del patrimonio" e di "distretti culturali", ma che si sia tenuto conto che è tecnologia anche l'innovazione di processo, che in gergo politico si chiama riforma. Può servire per liberare burocrati e professori dall'onere di scrivere didascalie, e per consentire agli architetti di progettare un museo (o addirittura di affiancargli una piramide). Quanto poi ad aprire una succursale di un museo italiano ad Abu Dhabi, bisognerà aspettare innovazioni anche in materia di prestiti, se non altro per evitare che, come è già accaduto a Malibu, ad allestirla siano i tombaroli.