Alle cinque della sera, nella sala delle conferenze stampa, il ministro Giuliano Urbani alza la voce per chiarire il concetto: «Il reference system deve mettere terrore ai somari, non ai bravi. Per fare un buon film occorre avere o un'idea eccellente o un passato invidiabile. Se possibile, tutti e due. Troppe volte abbiamo promosso film senza idee e senza passato. Questo non accadrà mai più». Scatta l'applauso. Ma di lì a poco Aurelio De Laurentiis, appena asceso al primo posto nella top 50 del cinema italiano elaborata da Box Office, guasta la festa, scandendo alla sua maniera: «Caro ministro, perché il film di genere che ha prodotto autori come Leone, Argento e Bava deve essere penalizzato dai finanziamenti statali? Perché nella nuova legge non c'è una parola sul downloading dalla rete, sulla pirateria e sull'home-video? E Cinecittà Holding, con i poteri che le si da, non rischia di diventare un centro di strapotere statalista, un baraccone politico utile a sistemare gente più o meno capace, indipendentemente dalle maggioranze?». Altro applauso. C'è agitazione nel mondo del cinema, un mix di attesa e preoccupazione, come sempre quando le cose cambiano. Nonostante il titolo di basso profilo, «Disposizioni in materia di attività cinematografica», il decreto legislativo approvato l'altro ieri dal Consiglio dei ministri si configura infatti come una riforma organica la prima dopo 35 anni. Di fatto viene annullata la legge 1213 del 1965, nella prospettiva ambiziosa di eliminare sprechi e doppioni, aumentare servizi e opportunità, recuperare sul mercato risorse finanziarie, migliorando se possibile la qualità dei film. Per il ministro, affiancato dal sottosegretario Bono, «i connotati innovativi della legge sono evidenti». Con calcolato strappo alla sua vocazione liberale, Urbani cita Adamo Smith: «I mercati vanno regolati e fatti crescere. Ma non crescono in natura sotto un pero». Per dire, insomma, che in questa prima fase di sperimentazione del decreto, operativo entro metà gennaio 2004 e ovviamente «ritoccabile», il sostegno pubblico continuerà a essere fondamentale. Nondimeno, molte cose muteranno. Proviamo a riassumerle. 1) D'ora in poi i film ritenuti di interesse culturale avranno un massimo del 50 del budget (prima si arrivava quasi oltre l'80). L'idea è di stimolare l'imprenditoria, in modo da smantellare pigrizie e logiche assistenzialistiche. Per favorire il reperimento di risorse sarà di nuovo possibile utilizzare sponsor e marchi di aziende nei film (con l'eccezione delle sigarette), mentre le Regioni potranno direttamente intervenire nei progetti. Urbani non esclude nemmeno la messa a punto di nuovi fondi di investimento, sul modelli dei francesi Sofica Ma naturalmente l'obiettivo finale, «la cornucopia in senso positivo», resta l'istituzione del tax-shelter, ovvero la detassazione degli utili reinvestiti. Fino ad ora il ministro Tremonti aveva risposta nisba. Ora, annuncia Urbani, «mi ha detto: "Proviamo"». 2) Migliorare la qualità dei film significa anche produrre meglio, cioè mettere in cantiere storie capaci di parlare al grande pubblico, di uscire dalla clandestinità. Il reference System, secondo il ministro, servirà proprio a questo. A selezionare quei produttori che, per storia, incassi, premi e capacità imprenditoriali, offrono più affidabilità. Una sorta di patente a punti. Poi, ovviamente, ci vogliono idee, sceneggiature e talenti. Come conciliare i due aspetti - creatività e prestigio - per evitare che il secondo prevalga sulla prima? «Il reference system conterà per un 40», promette Urbani, «in modo da non penalizzare i nuovi soggetti». Da sinistra si grida allo scandalo. «Et voilà, la legge ammazza-cinema», titolava ieri l'Unità, «Arriva la legge del cinema, vincono i produttori ricchi», fa eco La Repubblica.. Eppure, come s'è visto, il primo a protestare è proprio De Laurentiis, rintracciando in quei criteri di vantazione, definiti «tabelline», elementi di sclerosi burocratica. 3) Non sarà più la Bnl a gestire, in regime di monopolio, il credito cinematografico. A Cinecittà Holding, che dalla riforma esce sostanzialmente rafforzata nei compiti di raccordo e valorizzazione dei talenti, il compito «di fare da tramite con altre banche, nella speranza che aprano una sezione di credito». 4) Infine la censura, considerata un'istituzione arcaica, non più in sintonia coi tempi, spesso protagonista di «scelte grottesche». «Il problema oggi è la protezione dei minori dalla violenza e dalla pornografia, non il comune senso del pudore. Per questo aboliremo le vecchie commissioni (nove, ndr) sostituendole con un sistema di classificazione per soglie di età», spiega il ministro. La novità consiste in una sorta di autocertificazione, sempre esposta a verifica ministeriale, che il produttore potrà ottenere da esperti e psicologi di levatura universitaria.