Nel bel mezzo di agosto è scoppiata una nuova polemica. A provocarla sarebbe stato il presidente della Regione Toscana che, in un'intervista alla stampa, ha anticipato che si accinge a presentare una proposta di legge regionale con cui si stabilisce che Regione e Stato gestiscono insieme tutta patrimonio culturale, lasciando allo Stato i compiti legati all'esercizio della tutela. Il fondamento normativo, a giudizio del presidente della Toscana, sta nel nuovo Titolo V della Costituzione che considera la gestione e la valorizzazione del patrimonio culturale materia su cui concorrono Regioni e Stato. Il ministro Urbani ha già manifestato contrarietà alla proposta. Chi è intervenuto dopo, su vari quotidiani, ha utilizzato toni da "guerra santa". Su un punto sono tutti sostanzialmente d'accordo: la tutela è compito esclusivo dello Stato. Subito dopo però cominciano i problemi. Nonostante una ricca produzione legislativa e il referendum confermativo della riforma costituzionale (il nuovo Titolo V) ampi settori del mondo accademico e delle Soprintendenze non hanno mai condiviso gli orientamenti del legislatore e, a questo punto si può dire, nemmeno rispettato il verdetto popolare. La tesi di fondo che essi sostengono fa perno su due punti: non ci può essere una efficace politica di tutela del patrimonio se essa si separa da quella per la valorizzazione e la fruizione (materie su cui possono e devono intervenire anche le Regioni). Secondo. L'impianto statale della tutela, con un storia lunga molti decenni, ha assicurato una sostanziale conservazione del patrimonio. Questa rete di competenze tecniche, in caso di trasferimento alle Regioni e agli enti locali, si romperebbe dando spazio alla speculazione su tutto il territorio. Bisogna dire che, nonostante la ricca produzione legislativa, a tutt'oggi mancano ancora riferimenti chiari ed univoci, soprattutto sulle materie cosiddette concorrenti . Non a caso c'è un intasamento presso la Corte Costituzionale dove giacciono i ricorsi che alcune Regioni hanno presentato contro leggi statali, considerate invasive delle competenze regionali. Ci si deve augurare che il Codice dei beni culturali, di prossima emanazione, e l'esercizio della delega conferita dal Parlamento al governo anche in questa materia aiutino a fare un po' di chiarezza. Detto questo però non c'è dubbio che chi solleva il fumo delle polemiche mostra segni di nostalgia per un modello statale che ormai non regge. L'incremento notevole di visitatori dei musei e della aree archeologiche, il numero elevatissimo di mostre che hanno raccolto ampio consenso presso il pubblico e che hanno spesso modificato ruolo e funzione del museo, la crescita del turismo culturale, la riscoperta della funzione identitaria del patrimonio culturale, sono tutti elementi che ci obbligano a ripensare il modello con cui si è fin qui gestita l'offerta culturale del nostro Paese. In un tale contesto lasciare tutto come è ci condannerebbe ad un lento ma inesorabile declino. Né si può immaginare che, in un difficile contesto economico nazionale e internazionale, possa essere incrementata significativamente la spesa pubblica destinata a questo importante settore. Ecco perché una logica di muro contro muro non porta da nessuna parte. Stato ed Enti locali, pubblico e privato possono avere relazioni conflittuali o "scendere dal pero" e provare a percorrere la difficile strada della concertazione. Chi continua a gridare "al lupo, al lupo" non aiuta certo un tale processo.