Si moltiplicano i comitati a difesa del paesaggio e il vincolismo dà spazio al centro destra INVIATO A FIRENZE Forse Simone Martini avrebbe preferito le villette a schiera. Il suo affresco, nella sala del Mappamondo del Palazzo pubblico di Siena ritrae l'assedio di Guidoriccio da Fogliano alla rocca di Montemassi, ma è qualcosa di più di un dipinto. E' la testimonianza che il paesaggio a Roccastrada, in provincia di Grosseto, si è mantenuto in gran parte intatto per secoli e che oggi non è molto diverso da quello del 1328. Dieci anni fa, sotto la cima a destra dell'affresco, fu approvato un piano di costruzione per decine di villette, uno scempio che precorreva quello attuale a Montichiello. Fruttero e Lucentini Furono Fruttero e Lucentini, proprio su «La Stampa» nel settembre del 1996, a lanciare un allarme che fece il giro del mondo e che costrinse a fermare il piano di costruzione. Le villette non furono mai costruite. Ma il pericolo per il paesaggio non è scomparso: pochi giorni fa, in un silenzio imbarazzante, è stata approvata la costruzione, sempre nel panorama di Roccastrada, di un parco fotovoltaico che un consigliere d'opposizione descrive come «uno specchio grande cinque ettari». L'assessore regionale all'Ambiente, il diessino Riccardo Conti, dice di non saperne nulla, essendo impegnato proprio ora con i nuovi piani regionali. Il consigliere di An, Andrea Agresti, dice che piuttosto dello specchio lui era favorevole alle villette, con una certa coerenza essendo costruttore edile. I cittadini di Roccastrada ti mostrano la rocca malandata e i paesini deserti, vogliamo farli morire del tutto? Il presidente di Legambiente, Piero Baronti, ammette che ci sarà un certo impatto, ma non tutto è intoccabile se non c'è speculazione, e vogliamo forse noi opporci all'energia rinnovabile? Certo che no. E magari hanno tutti ragione. Forse è solo un'inevitabile contraddizione nell'impossibile missione di «conservare un futuro». Ma un marziano che atterri in Toscana cercando lo speciale «potere della bellezza» nella regione più ammirata del mondo, patrimonio della cultura e dell'umanesimo, «il vero, il bello, il buono» per dirla con Goethe, e che oltre al sommo tedesco abbia ascoltato McKinsey sostenere che la risorsa di ricchezza futura in un mondo «soft», anziano e benestante, risiede in una combinazione di cultura, benessere e bellezza - a cui d'altronde sarebbe riconducibile il 46-50 per cento del Pil regionale - è condannato a trovarne parecchie di contraddizioni tra etica ed estetica. Chiariamo subito che il fascino della regione è in gran parte intatto e che le leggi di tutela sono tra le migliori del mondo. Nonostante «villettopoli», il modello della «Toscana felix», come lo battezzò Alberto Asor Rosa, non pare in bilico. Il paesaggio continua a far invidia al resto d'Italia. Eppure qualcosa di più sottile si insinua nelle vicende toscane e sembra abbia più a che fare con il potere che con la bellezza. L'amministrazione del territorio, il vero e pervasivo potere dietro la risorsa economica del fascino toscano, fatica a capire che, per dirla con il presidente della Regione Claudio Martini, «sta succedendo qualcosa di nuovo nella società». Il sintomo più recente sono i vigorosi «comitati» che, con motivazioni ambientali o politiche diverse, protestano per la gestione del territorio. Lo spunto è stato offerto dallo scempio di Montichiello, idilliaco panorama collinare deturpato da costruzioni approvate dal sindaco, respinte distrattamente dalla Regione, non ostacolate dalla sovrintendenza e quindi realizzate col favore di buona parte degli abitanti. I controlli amministrativi non avevano funzionato e il fattaccio è stato denunciato da Asor Rosa solo quando le palazzine si sono viste materialmente. Conseguenze: indignazione in tutto il mondo e tutti in cerca di soluzione. Nel frattempo quasi 80 comitati si sono aggregati in una vivace assemblea, due settimane fa, dando vita a una mobilitazione che, nei brutti palazzi che governano la bellezza, suscita reazioni variegate: «un contributo democratico e fecondo» dice Conti, «alcuni stregoni ambientalisti che fanno terrorismo», dice Agresti, «l'allarme contro la speculazione non va disperso», commenta Martini. Baronti, ambientalista «ragionante» contestato dai «conservatoristi», li definisce «un guazzabuglio di comitati per il no a tutto», dagli inceneritori alla Moschea della Val d'Elsa. Dalla sua parte la Regione vanta l'approvazione, giovedì 29 marzo, del Pit (Piano di indirizzo territoriale) che dovrebbe regolare vincoli e indirizzi paesistici, riducendo la discrezionalità dei Comuni, assorbendo le osservazioni di Legambiente, ma anche, come spiega Erasmo D'Angelis, consigliere della Margherita, «restituendo più poteri alla Regione». «Un caso Montichiello - assicura Conti - non sarà più possibile». Perché, chiederebbe l'ingenuo marziano? Procedure, indirizzi, vincoli e controlli incrociati. E sfogliando il Pit tutto questo c'è. La regione per altro è sempre stata la più pianificata d'Italia, fino a fidarsi, a inizio Anni 90, di previsioni demografiche che stimavano la popolazione in 7-8 milioni, contro i reali 3,5. Il Pit divide la Toscana in 38 ambiti paesaggistici con vincoli ad hoc senza i quali le pianificazioni comunali del passato sfuggivano. La mediazione politica Ma il nodo resta il controllo del territorio, che talvolta avviene solo a cose fatte. D'Angelis spiega la trasformazione della mediazione politica in una regione in cui 20 anni fa c'erano 500 mila iscritti al Pci e ora ci sono solo 78 mila iscritti ai Ds. Siena resta salda con 60 mila abitanti, 19 mila iscritti diessini e 60 Case del Popolo in piena efficienza, ma nel resto della regione la cinghia di trasmissione si è sfilacciata: partito comunista, sindacato, Arci, Case del Popolo, cooperative e migliaia di amministratori locali. Al loro posto crescono i comitati. Contro la tranvia di Firenze ne sono sorti trenta, praticamente uno per ogni via attraversata. La trasformazione contagia la politica: a Montescudaio, un paesino del Livornese, per approvare un impianto eolico il sindaco ha indetto un referendum tra i cittadini, proprio come si fa a Basilea. Ha votato oltre metà della cittadinanza e due terzi hanno approvato l'impianto. Ma non è una strada in discesa: dovrà indire un secondo referendum entro sei mesi per decidere dove impiantare le orrende pale a vento fra tre diverse opzioni. E, come tutti sanno, i toscani hanno caratteri concilianti. Il ricorso al referendum fa leva su interessi locali, talvolta forzatamente miopi. Conti racconta di mesi di duro lavoro per rimediare alla cava d'argilla in Val d'Orcia, denunciata da Agresti, che avrebbe deturpato un luogo meraviglioso ma salvato il posto a 200 operai. Dove tutti sono d'accordo è nelle colpe del mancato completamento dell'Autostrada tirrenica: «E' la lobby di Capalbio!», politici e intellettuali che il presidente del Consiglio regionale toscano, Riccardo Nencini, bolla come «sinistra al caviale». L'eccesso di potere vincolante delle amministrazioni nel migliore dei casi rimbalza tra destra e sinistra, ma nel peggiore dei casi dà luogo a sospetti sulla discrezionalità delle decisioni pubbliche, come nel caso di un villaggio vacanze nei pressi di Magliano. Scarlino e Castiglione, due località affiancate, hanno avuto politiche opposte nel vincolare l'ambiente: la prima è molto rigorosa mentre la seconda è cresciuta allegramente, la prima è amministrata da sinistra e la seconda da destra. Non è un caso che il «vincolismo» stia suscitando vittorie elettorali della destra nelle località costiere. Martini le liquida come un residuo degli anni berlusconiani: «A casa mia fò come mi pare», tanto poi ci sono i condoni. Il problema dello sviluppo tuttavia c'è. Nencini denuncia «una crescente indigenza» dei toscani per il decadimento dell'industria manifatturiera. Dai dati Istat la quota di povertà pare contenuta, quasi al livello del Veneto, il 40 in meno di quella piemontese. Ma i dati della regione confermano un tasso di sviluppo più lento della media. Martini parla di «un senso di appagamento, figlio di pigrizia sociale e culturale». Vendere i casali a caro prezzo non assicura il futuro, tutti hanno nostalgia della manifattura: Piaggio, Piombino, Nuovo Pignone, Livorno e il suo porto, salvo osservare che il vino dà più valore aggiunto del settore siderurgico. Non è dunque reale la visione del «potere della bellezza», della soft-Toscana? Nostalgia dei vecchi tempi delle fabbriche? Secondo Martini «il turismo ha ancora margini di crescita, ma non basta» e le parole fanno presto a trasformarsi in cemento, autostrade ed edilizia, salvo scontrarsi con una realtà amara. Tangentopoli non è finita E' l'incredibile caso della Targetti, una delle maggiori imprese dell'area fiorentina, costretta ad attendere sette anni per l'autorizzazione ad ampliare gli impianti a Campi di Bisenzio, per veder subito fermare i lavori dalla magistratura a seguito di un'inchiesta che ha portato in galera 33 membri di un comitato d'affari attorno al Comune e ben infiltrato da interessi mafiosi. Targetti ha minacciato di portare 500 posti (mille con l'indotto) a Nusco, se non in Cina. «Comportamenti criminali che dimostrano che tangentopoli non è finita - ammette Martini -. Ma anche sette anni per un'autorizzazione sono una cosa pazzesca. Ne sono ferito». A Campi la superficie per il commercio passa da 13 mila metri quadrati nel piano strutturale a 480 mila. Quella per insediamenti industriali raddoppia a 12 milioni. La popolazione da 35 mila abitanti sarebbe dovuta passare a 70-100 mila e presi nell'ingranaggio gli amministratori locali non sanno più come far marcia indietro «perché - come emerge dalle intercettazioni - s'è venduto l'80 alla mafia siciliana e calabrese». Come detto, il potere non è quasi mai una questione solo estetica.