Caro dottor Granzotto, ero ignaro della sorte toccata all'obelisco di Axum, da noi restituito al governo etiopico e da questi lasciato a marcire ancora impacchettato. Mi ha aperto gli occhi l'articolo di Vittorio Sgarbi del quale condivido la posizione. Abbiamo commesso un errore madornale a consegnare la stele che da oltre sessanta anni ormai faceva parte della scenografìa della capitale, da tutti ammirata e dai romani amata. Se infatti vige la regola che le opere d'arte prese come preda di guerra devono essere alla fine restituite al legittimo proprietario perché il governo non mette la stessa energia per riottenere quelle trafugate in Italia da Napoleone Bonaparte, a cominciare dalla sublime Gioconda di Leonardo da Vinci? Franco Benedetti Roma Due cose, caro Benedetti: se dovessimo tornare in possesso delle centinaia di opere d'arte che Dominique Vivant Denon razziò in Italia su incarico di quel lestofante di Napoleone, non solo il Louvre, ma molti musei francesi si ritroverebbero spogli. E se poi pretendessimo anche la restituzione delle fortune che il nano di Aj accio rapinò (intascandosene una parte: «È ormai ben noto che Bonaparte e il suo famelico clan si arricchirono col bottino predato in Italia accumulando circa 3 milioni che verranno poi amministrati da Giuseppe», Francois Furet, La Rivoluzione francese, Laterza), Padoa-Schioppa avrebbe risolto tutti i suoi problemi. Però la Gioconda, no. Quella, caro Benedetti, resterà per sempre Oltralpe essendo stata regolarmente acquistata e pagata sull'unghia da Francesco 1. Il quale se la tenne per un po' nel castello di Amboise, traslocandola poi a Fontainbleau. In seguito Madame Lisa finì dapprima a Versailles, quindi appesa alla parete della camera da letto di Napoleone e infine al Louvre. La seconda cosa che mi preme dirle, caro Benedetti, è che a mio avviso la stele di Axum sta bene dove si trova, lì fra le erbacce, ancora imbragata e divisa in tronconi. L'umanità ha saputo farsi una ragione della perdita dei giardini pensili di Babilonia, del Colosso di Rodi, del Mausoleo di Alicarnasso o della statua crisoelefantina di Zeus creata da Fidia. Figuriamoci se non possiamo fare a meno di quel coso grigio e vagamente iettatorio. Lei sostiene che allorché si levava a Porta Capena, l'obelisco fosse ammirato e perfino amato dai romani. Mah. Era familiare a funzionari e impiegati della vicina Fao, su questo non ci piove. Ma che fosse una meta turistica, non ci metterei la mano sul fuoco. Comunque sia, non mi pare che Roma se ne senta orfana. D'altronde non se ne sentivano tali nemmeno i legittimi proprietari, prova ne è che tornato trionfalmente in patria, da due anni il manufatto giace al suolo senza che nessuno avverta il bisogno di rimetterlo in piedi. Io spero solo che non sapendo cosa farsene, agli etiopi non venga in mente di restituircelo in nome della fratellanza universale. Come si dice? Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.
La stele di Axum sta bene dov'è, fra le erbacce
Il testo è una lettera di Franco Benedetti a Dottor Granzotto, in cui discute la restituzione dell'obelisco di Axum, che è stato restituito al governo etiopico. Benedetti sostiene che l'obelisco è stato commesso un errore a consegnarlo alla capitale, poiché è una opera d'arte predata di guerra. Sostiene che se il governo italiano non mette la stessa energia per riottenere le opere d'arte trafugate in Italia da Napoleone, come la Gioconda di Leonardo da Vinci, allora non dovrebbe pretendere la restituzione dell'obelisco. Benedetti ritiene che se il governo italiano volesse restituire le opere d'arte trafugate, molti musei francesi si ritroverebbero spogli.
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