Sono di questi giorni le forti critiche sollevate in molte sedi contro il disegno di una legge-quadro sulla qualità delle nuove architetture elaborato dal ministro Urbani. Intendiamoci subito: nulla di nuovo sotto il sole. Non però perché chi scrive aderisce a quelle critiche. Ma nel senso che quelle critiche confermano una volta di più la tendenza al piagnisteo che da troppo tempo unisce come un sol uomo gli intellettuali italiani verso il demagogico plauso del bicchiere mezzo vuoto. E da lì il corrispondente plauso popolare verso il niet dell'afasia. Insomma, dando retta ai critici, va bene che tutto prosegua come sempre è stato. Cioè con l'orrore edilizio che ha collocato edifici indecenti in tutti i centri storici italiani, ha cancellato l'intero periplo delle nostre coste, ha stretto le città storiche nell'abbraccio mortale di periferie invivibili, ha creato mille nostrane favelas lungo le maggiori autostrade e strade del Paese e così via manomettendo e sfregiando. Il tutto nel solito pendolino ideologico nostrano dove se una cosa la fa una parte politica va bene, se la fa l'altra va condannata. Negando con ciò quel senso del lavoro in comune che si pone a fondamento di tutte le democrazie liberali mature, Adesso due considerazioni. La prima. Se davvero questa legge passasse ci si troverebbe di fronte al non piccolo dilemma di chi giudica la qualità dei progetti di queste nuove architetture. Dove il problema non è tanto come rapportarsi ai 100.000 (sic) architetti iscritti all'Ordine, ma nel dove trovare la forza per dire a molti (moltissimi!) di loro che essere laureati in architettura non necessariamente significa essere architetti. Un messaggio, questo, inevitabilmente da inoltrare anche alle Università che questi signori hanno laureato. Seconda considerazione. Una legge sulla qualità delle nuove architetture non può non andare nella direzione di una contestuale salvaguardia dell'ambiente in cui queste andranno costruite; come del resto essa stessa già provvede a fare nel suo primo articolo. Ma questo inevitabilmente la pone a corollario d'una nuova legge dì tutela. Quella a cui il ministro Giuliano Urbani sta lavorando. Siamo pero sicuri che la nuova legge di tutela vada in questa stessa direzione? E se sì, ciò non può accadere al di fuori di quell'idea di «conservazione programmata» messa a punto una trentina di anni fa da Giovanni Urbani, padre fondatore del restauro in Italia, assieme a Cesare Brandi e tuttavia, a differenza del primo, inascoltatissimo. Così da doversi chiedere se si troverà chi, all'interno del ministero dei Beni culturali, sia oggi pronto per il salto culturale del passaggio da una tutela passiva, a una tutela attiva. Dove la tutela passiva è quella ancor oggi svolta sulla base della legge 108939, poi nel 1999 passata di fatto uguale nel «testo unico Veltroni-Melandri», che considera il patrimonio artistico pubblico come un'entità astratta alla cui conservazione provvede per imperativo morale lo Stato etico hegeliano; imponendo al contrario ai privati proprietari un troppo spesso sovradimensionato regime di tutela in negativo, fatto solo di notifiche, vincoli, limitazioni d'uso e quant'altro. E dove la tutela attiva è quella che considera il patrimonio artistico per quel che davvero è. Un'entità limitata di natura soprattutto pubblica, costituita da una ben determinata quantità di cose estremamente fragili, non riproducibili e inestricabili dal territorio su cui sono andate stratificandosi in millenni di storia, la cui conservazione richiede concreti atti di natura tecnico-scientifica e programmatoria ben definiti in partenza, oltre che banalmente conoscitivi; ad esempio un'inventariazione di questo patrimonio. Che è poi la ratio della conservazione programmata di Giovanni Urbani, alla cui realizzazione servono figure in grado di ben districarsi negli assai difficili problemi organizzativi, tecnico-scientifici e di "lavoro comune" posti dall'immensa questione della conservazione di un patrimonio artistico infinitamente diffuso sul territorio qual è quello italiano; né va dimenticato, circa la ricetta di queste figure, che la costruzione dei mostri a cui la nuova legge sulla qualità delle architetture vuole porre fine nella gran parte dei casi è stata autorizzata dai funzionali del ministero. Infine una domanda: lo ammétto, maligna. Non sarà che il seguito popolare della polemica su questa legge si debba al fatto che i 45 del patrimonio edilizio italiano sono stati costruiti dal 1945 in poi, in grandissima parte in condizioni di abuso; quest'ultimo, solo in parte sanato dallo sciagurato condono edilizio del 1985, peraltro votato da tutte le forze politiche a 360 gradi? E quindi che in moltissimi temano che in questo nostro strano Paese ci possa essere qualcuno che vuole cominciare a mettere delle regole?