TRE documenti importanti sono arrivati sui tavoli del Comune: il documento d'indirizzo per la redazione del piano dei servizi (premesse per il nuovo piano regolatore), la nuova legge urbanistica regionale e, per finire, il piano generale del traffico 2003. Bisognerà parlarne con attenzione, senza liquidarli in poche battute ma avviare un dibattito serrato perché ognuno di loro pesa. Si chiuderà così finalmente la fase "estiva", quella delle dichiarazioni al vento sui grattacieli, dintorni e San Vittore. Se ne sono dette tante, troppe. Viene da domandarsi se la storia possa insegnare e se serva conoscerla. L'ansia di buttar giù il carcere di San Vittore ricorda la stona del Castello Sforzesco che oggi, non del tutto a proposito, il sindaco considera uno dei simboli di Milano. I milanesi tante volte si sono decisi ad abbatterlo. Nel 1447, morto Filippo Maria Visconti, proclamata l'Aurea Repubblica Ambrosiana, il Consiglio dei Capitani decide la demolizione del simbolo dell'oppressione viscontea. Non se ne fece fortunatamente nulla. Nel 1799 alcuni milanesi, dopo un tentativo di presa con le armi contro gli austriaci, raccolgono firme per decretarne la demolizione. Anche questa volta non se ne fece nulla e l'arrivo dell'esercito austriaco nel '99 e l'arrivo poi di Napoleone, vittorioso dopo Marengo nel giugno del 1800, salvano ancora il castello. CON le cinque giornate del '48 ancora un tentativo di demolizione e nel '59 un saccheggio. Nel 1893 le autorità militari cedono il castello al Comune e la cittadinanza si divide. Molti vorrebbero abbattere il simbolo dell'oppressione e delle tante guarnigioni straniere che occuparono e dominarono la città. Il partito dei demolitori era guidato dal sindaco di allora Giulio Bellinzaghi, un moderato oggi diremmo di sinistra, che in un'ala del Castello aveva dato sede alla prima Camera del Lavoro. Per la conservazione si schierarono e vinsero molti, tra i quali Cesare Cantù ma soprattutto l'architetto Luca Beltrami, che ne fu il ricostruttore e che guidò per anni la Soprintendenza ai monumenti. Oggi senza dubbio lo definiremmo uomo di destra. Allora? Allora una conclusione si può trarre: la scelta fu giusta probabilmente perché la cultura prevalse sullo spirito degli affari; la demolizione del Castello era la premessa per urbanizzarne l'area insieme alla sua antistante piazza d'armi, oggi Parco Sempione. Nella Milano a cavallo tra l'ottocento e il novecento prevalse l'interesse collettivo sulle spinte speculative già allora fortissime. E oggi, a un secolo di distanza? Oggi la difesa degli interessi collettivi è debole, con la maschera del progresso e dello sviluppo viene avanti un affarismo senza remore. Della polemica sui grattacieli poi che dire? Sì, no? Se vi chiedessero se vi piace il giallo dei girasoli di Van Gogh cosa direste? Sì, in quel quadro, altrove non so. E i grattacieli? E un grattacielo tutto solo in Via Filangeri? Il tutto per il verde al suo piede? Se non ricordo male a Porta Vittoria il progetto Gregotti, approvato dal Comune, prevede del verde anche ai piani alti, dei ripiani verdi, senza far grattacieli.
San Vittore va trattato come il Castello
Il Comune di Milano ha ricevuto tre documenti importanti: il documento d'indirizzo per la redazione del piano dei servizi, la nuova legge urbanistica regionale e il piano generale del traffico 2003. Questi documenti richiedono un dibattito serrato per essere valutati. La storia di Milano, in particolare la demolizione del Castello Sforzesco, può insegnare qualcosa ai cittadini. Il Castello, simbolo dell'oppressione viscontea, è stato demolito più volte nel corso della storia, ma ogni volta è stato salvato. Oggi, la difesa degli interessi collettivi è debole e viene avanti un affarismo senza remore. La polemica sui grattacieli è ancora aperta.
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