Il presidente della Regione Toscana ha annunciato ai primi di agosto che entro l'autunno inoltrerà al ministro Urbani un testo già vagliato dal Consiglio Regionale nel quale si chiede la compartecipazione nella gestione di tutti i beni culturali e delle Soprintendenze, lasciando allo Stato le funzioni dì indirizzo e il possesso degli istituti di rilievo nazionale. Al presidente toscano Claudio Martini ha fatto eco il Sindaco di Firenze Leonardo Dominici, anche lui diessino, rincarando la dose: le Soprintendenze sono un freno e un impaccio alla valorizzazione dei beni, essendo esse il braccio secolare di uno Stato accentratore lontano e impotente. Musica per la devolution di Bossi verrebbe di pensare, ma questa ovvia associazione non ha fermato il presidente Martini che ha dichiarato: «Sono disposto a prendermi la "colpa" d'aver "minato" la cosiddetta tenuta unitaria del patrimonio nazionale. Noi, questi beni, vogliamo non solo tutelarli, ma farli diventare leva di sviluppo» (La Stampa 2 agosto). La bordata che viene dalla Toscana, certamente tra le regioni a più alta densità di beni culturali di valore, ha dato fiato ad altre ancora timide iniziative promosse da altre regioni ed è sicuro che alla ripresa ne vedremo di belle, anzi di brutte. E' diffusa opinione che la Regione Toscana sia retta da un buon governatore e che il sindaco di Firenze sia un buon primo cittadino, ma la loro offensiva va proprio nella direzione sbagliata da essi stessi auspicata. Ed è bene su questo punto essere assai chiari: la modifica del Titolo V della Costituzione - attuato con la legge costituzionale 32001 - ha introdotto la distinzione tra tutela e valorizzazione, delegando quest'ultima alle Regioni. Il principio giuridico non intendo discuterlo, ma il suo risvolto culturale introduce una contradictio evidente: infatti il bene culturale è un soggetto particolare nel quale è difficile se non impossibile distinguere tra tutela e valorizzazione. Con questo cavallo di Troia potrà accadere di tutto, ma quel che è già successo ben lo sappiamo dalla pessima gestione dei beni culturali operata dalla Regione Sicilia che gode di uno statuto autonomo. Quantunque scassato, elefantiaco, lento, dotato di pochissimi mezzi il sistema territoriale delle Sovrintendenze è un sistema unitario, retto da funzionari che quantunque mal pagati sono capaci di operare sull'intero territorio nazionale perché dotati di una metodologia della tutela, del restauro e della valorizzazione che non muta da Pompei a Chioggia, da Portofìno a Spoleto. Questo sistema fu messo a punto dopo l'Unità d'Italia e perfezionato agli inizi del Novecento da Corrado Ricci, direttore generale di straordinaria energia e competenza. Nel dopoguerra repubblicano uomini della statura di Bianchi Bandinelli e De Angelis D'Ossat cercarono con ogni mezzo di perfezionare questo sistema, rinsaldando la rete con nuove soprintendenze e affinando le metodologie per il restauro di opere d'arte mobili e immobili. L'Istituto Centrale per il Restauro fondato e diretto da Cesare Brandi, l'insieme di conoscenza storica, artistica e archeologica associato al contributo propriamente scientifico (fisica, chimica, geologia) pongono le metodologie messe a punto e i nostri tecnici all'avanguardia nel mondo con riconoscimenti internazionali. Abbiamo avuto Soprintendenti che si chiamano Maiuri, Causa, Rotondi, Valcanover, Pacini, Emiliani, Sanpaolesi e la lista si può allungare: le loro benemerenze non si contano. Ebbene l'Italia dovrebbe buttare all'aria un sapere e un operare in cui siamo l'eccellenza per le ambizioni di governatori e sindaci che vogliono dir la loro in un settore di cui non hanno alcuna competenza? E' come dire che la Ferrari conviene affidarla ad una cooperativa di tassisti e meccanici di Modena... Qualche buon esempio integrativo e complementare (non sostitutivo) al lavoro difficile dello Stato lo abbiamo già ed è, ad esempio, l'Istituto per i Beni Culturali dell'Emilia-Romagna, attualmente presieduto da una personalità quale Ezio Raimondi. La Toscana o il Veneto o qualunque altra regione d'Italia prendano esempio dall'Emilia-Romagna: creino degli Istituti di sostegno alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio regionale. Nel nostro paese ogni comune e frazione di comune merita attenzione, competenze, uomini, risorse: ci sono pievi, piccoli teatri, palazzi, biblioteche, arredi, quadri paesistici che lo Stato non riesce a tutelare e valorizzare. Lo facciano i comuni, le province, le regioni interpretando così degnamente e in senso positivo quella crepa che si è aperta nel dettato costituzionale. Il Ministro Urbani ha manifestato subito la sua ostilità a queste richieste e ne siamo lieti. Ma non vorremmo, come è già accaduto per la cartolarizzazione dei beni dello Stato (ovvero disponibilità alla vendita), che qualche altro collega di governo lo scavalcasse e desse spazio ad ambizioni sbagliate. Le Regioni debbono aver ben chiaro che la gestione di beni sia pur celeberrimi (a parte gli Uffizi o Pompei) sono un onore, non sono certo macchine da cui si ricavano soldi. Temo che alla radice di queste richieste culturalmente immotivate ci sia questa segreta e del tutto infondata speranza. La tutela federalistica e la Tremonti s.p.a sono facce dì una stessa medaglia, doverlo ricordare ad amministratori della sinistra è un ingrato paradosso.
L'assalto al patrimonio
Il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, ha annunciato di voler chiedere al ministro Urbani di partecipare alla gestione dei beni culturali e delle Soprintendenze, lasciando allo Stato le funzioni di indirizzo e il possesso degli istituti di rilievo nazionale. Il sindaco di Firenze, Leonardo Dominici, ha fatto eco a questa richiesta. Martini ha affermato di essere disposto a "minare" la tenuta unitaria del patrimonio nazionale per valorizzare i beni culturali. La Regione Toscana è stata accusata di avere un buon governatore e un buon primo cittadino, ma la sua offensiva è stata considerata sbagliata.
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