SÌ AL PIT il consiglio regionale ha adottato il piano di indirizzo territoriale. Ha votato contro il centrodestra. Sì del centrosinistra, ma anche del Prc. Adesso inizia la fase (60 giorni) in cui i toscani potranno fare le proprie osservazioni, poi il Pit sarà legge. Ieri su l'Unità il presidente di Italia Nostra, Nicola Caracciolo, lo ha criticato fino a temere una Toscana che perderà la propria anima. Ne abbiamo parlato con l'assessore regionale al territorio Riccardo Conti. Assessore , il Pit è stato adottato anche col voto favorevole di Rifondazione... «È il primo atto di rilievo su cui il Prc è d'accordo...» Appunto, che significato ha? «Che nel centrosinistra toscano il clima politico sta migliorando e non si ragiona più per bandierine. Quanto al Pit è frutto di un confronto reale, di cui devo ringraziare anche il presidente della commissione ambiente Erasmo D'Angelis, e di una partecipazione amplissima. Sul Pit hanno discusso non solo qualche decina o centinaia di cittadini organizzati nei comitati, ma migliaia di persone. E questa discussione proseguirà». Da Monticchiello in avanti il tema del territorio è diventato centrale. È merito anche delle critiche dei comitati? «Questa è una lunga tradizione toscana. Siamo le regione più pianificata e siamo anche suscitatori di partecipazione. I comitati, oggi non più di ieri, sono interlocutori con cui misurarci. Certo non possono essere interlocutori esclusivi e legittimanti per le istituzioni. Ma questa lenta d'ingradimento sulla Toscana è una fortuna. Perché a chi gioca in Coppa dei Campioni non può buttare la palla in tribuna, perché prende fischi. Per chi lotta per non retrocedere è normale». Alla base di quelle critiche, come dice anche Caracciolo, c'è il rapporto fra Regione e Comuni che hanno troppo potere decisionale. «Qui c'è una contraddizione. Non si può oscillare fra una richiesta di centralismo che controlla dall'alto e una partecipazione, fatta di comitati e associazioni, dal basso. Il governo del territorio ha certo bisogno di regole e co-pianificazioni, ma non può essere un capitolo che va in deroga alla democrazia. E la democrazia significa Comuni, assemblee elettive. Non ci può essere cioè nessun potere burocratico tanto forte da prevaricare il potere dei cittadini e dei loro rappresentanti democraticamente eletti». Resta il fatto che se i Comuni decidono da soli... «Ma non è così. Noi ci siamo inventati una pianificazione originale. Prima funzionava come le "matrioske". La più grande, piano regionale, poi quella media, provinciale, e quella piccola, piano comunale. Una dentro l'altra. Metodo inefficace». Perché? «Perché ha avuto si momenti alti, ma poi c'erano lungaggini enormi per approvare un piano regolatore e quando vedeva la luce era sì perfetto, ma non valeva più niente. Le tutele erano astratte. Non c'era un controllo di sostanza. Faccio un esempio. Oggi c'è chi dice che i piani strutturali dei Comuni prevedano 5 milioni di abitanti, può darsi. Ma nel 1990, quando cioè c'era l'urbanistica dall'alto, i piani arrivavano a 8 milioni di abitanti. C'è stato un forte ridimensionamento ed è arrivato dal basso. Ora il Pit segna un ulteriore di qualità. Una vera discontinuità». In che senso? «Il Pit ci dice che il territorio è contemporaneamente un vincolo e una risorsa. Non si può imbalsamare tutto. Eppure siamo l'unica regione che sta sperimentando col ministero l'applicazione del codice del paesaggio. E la Convenzione europea ci dice che i paesaggi sono il frutto frutto dell'attività umana». La differenza fra Regione e alcune associazioni come Italia Nostra e comitati di Asoir Rosa non è proprio sull'identità della Toscana. Su quell'anima che Caracciolo vede a rischio? «Sono un ragazzo di San Frediano, anima della Toscana. Ma è complicato oggi stabilire l'anima o l'identità di una regione. L'anima di un territorio, dice Calvino, è l'intreccio fra l'essere o il divenire. Cos'è il restauro? Mantenere l'essenza di un bene trasformandolo a nuove funzioni. Le ville di oggi ieri erano cascinali. Ho grande rispetto per chi ama la Toscana, per chi ci viene a vivere nelle ville o nelle seconde e terze case. Ma vorrei che vi si potessero affiancare migliaia di giovani che dall'estero vengono qui a studiare. Ma a questi devo dare case in affitto, non ville. L'anima della Toscana deve essere plurale e aperta alle novità. La domanda che cioè ci poniamo è "come" tenere insieme sviluppo e ambiente. E la risposta semplice di chi dice "qua sto bene, è così bello, chiudete i cancelli" non è possibile».