La vicenda della tettoia di Isozaki solleva quattro questioni di ordine generale. La prima, e più rilevante, concerne i tempi disastrosamente lunghi nei quali si impantana qualsiasi progetto che si tenta di realizzare in Italia. Nel caso specifico: già sono passati nove anni, se consideriamo che il concorso si è svolto nel millennio scorso, cioè nel 1998. Ricordo che il ben più importante e controverso centro Pompidou a Parigi, che per la novità della proposta sollevò un putiferio di proteste, fu inaugurato agli inizi del 1977, a sei anni dal concorso. E già si trattava di un ritardo giudicato da molti eccessivo. Il secondo problema emerge da un'inchiesta a suo tempo commissionata all'Istituto Freni sul gradimento dei cittadini. I risultati sono stati che il 75 dei fiorentini era decisamente contrario alla tettoia mentre tra gli stranieri i numeri erano leggermente migliori, ma non per questo molto più gratificanti: 68 di contrari. Un dato, a mio avviso, preoccupante perché riflette una sfiducia diffusa verso l'architettura contemporanea. Sono sicuro, infatti,, che percentuali simili si sarebbero registrate per un qualsiasi altro progetto di un qualsiasi altro architetto, indipendentemente dalla effettiva qualità dell'opera. Da dove deriva un atteggiamento tanto preconcetto? In piccola parte dalle infuocate dichiarazioni degli opinion leader che nel caso specifico non hanno esitato a bollare l'opera come orrenda, paragonandola alla rete di un materasso (Sgarbi) o hanno invitato la popolazione a insorgere contro la "tettoia giapponese" (Zeffirelli). In buona parte da molta stampa che in Italia si scaglia contro qualsiasi iniziativa contemporanea. In massima misura dalla diffusa carenza di cultura estetica e al conseguente trionfo del luogo comune, del conformismo acritico e della conservazione a tutti i costi. Anche in un contesto quale piazza Castellani che non presenta caratteristiche tali da indurre ad atteggiamenti di estrema prudenza se non quello che definirei necessario e sufficiente di affidarne la trasformazione a un progetto risultato vincitore di un concorso internazionale. E veniamo al progetto di Isozaki: non è un capolavoro, così come l'architetto giapponese, a mio avviso, non è tra i migliori disponibili sulla piazza. Troppo legato al gusto post-modern concepisce le sue opere come fossero giocattoloni, sculture spesso slegate al contesto circostante. E ciò si vede anche nella tettoia di Firenze, nonostante lo sforzo di richiamarsi al tema della loggia e alla scelta di rivestire in pietra serena i pilastroni di acciaio alti una quarantina di metri. Ma, e qui siamo alla terza questione di carattere generale, era difficile che dal concorso emergessero ipotesi migliori. Gli altri partecipanti - Gregotti, Botta, Aulenti, Hollein e Foster-, visti i precedenti, non erano a mio avviso i progettisti più idonei per tale tema, escludendo in parte Foster che a Nimes ha realizzato un magnifico centro culturale di fronte alla Maison Carrée. I concorsi - ecco una regola che non bisogna mai dimenticare - vanno indirizzati, nel senso, che occorre fare in modo che vi partecipino i progettisti ritenuti più idonei. Se no, poi, tocca accontentarsi di risultati medio-eri o non pienamente soddisfacenti. Il progetto, una volta giudicato vincitore da una giuria qualificata, va comunque rispettato. Non si può proporre di amputarlo, ridimensionarlo, alterarlo. Come nel caso della tettoia per la quale qualcuno ha avuto il coraggio di chiedere di ridurne l'altezza da quaranta a venti metri, mostrando assenza non solo di discernimento critico ma anche di buon senso. Non si costruirà - ecco la quarta questione - un capolavoro? Pazienza, la città non è fatta di sole opere eccezionali, ma anche di altre di più modesto livello. Abbiamo perso un'occasione? Certamente. Ma non ha senso comportarsi come se si trattasse dell'ultima spiaggia. Chi l'ha detto che le costruzioni debbano durare per sempre? Realizziamola e tra vent'anni, se ci accorgeremo che si e' trattato di uno sbaglio, la abbatteremo. Se si adoperasse come regola questo atteggiamento più aperto e sperimentale, avremmo credo molte minori polemiche, centri storici più vitali e moderni, uno stimolante turn aver e molte più occasioni per far apprezzare all'opinione pubblica l'architettura contemporanea.