Vittorio Tabacchi è nato e vive in mezzo agli occhiali, quelli che con la sua Safilo appoggia sui nasi di tutto il mondo, ma non ha bisogno di lenti per vedere quel che accade davanti ai suoi occhi di Veneto innamorato della "casa madre": Venezia. «Morirà, entro venti o trent'anni morirà», dice scuotendo la testa. Vittorio Tabacchi è un innamorato deluso e arrabbiato, il suo è il grido di dolore di un protagonista di primo piano dell'economia europea che non accetta di assistere al declino di una passione, allo spegnersi progressivo di una città che ama e nella quale si ostina a vivere. È raro che rilasci interviste su argomenti non direttamente collegati all'economia o alla sua azienda, e ciò aumenta il peso delle sue parole. «Ho casa al Lido, e pur essendo padovano di nascita, come tutti i veneti non posso non essere "veneziano". E mi dispero per il presente e il futuro». Di fronte al capo dello Stato, il sindaco Massimo Cacciari ha osservato che il Paese deve una considerazione maggiore a Venezia, e si è domandato "cosa sarebbe l'Italia senza questa città"? «Sono discorsi da veneziano presuntuoso. Fossi stato in Napolitano, avrei risposto che "l'Italia sarebbe un Paese più ricco". Perché per questa città viene speso un fiume di denaro ma senza un progetto, un programma, un'idea». Tutto sbagliato? E allora cosa si dovrebbe fare? «Partiamo da un dato drammatico: ogni anno dal centro storico se ne vanno 1.000-1.500 persone, cioè mediamente 500 famiglie all'anno. Questo accade da vent'anni, e nessuno fa niente». Che soluzioni propone? «Basterebbe che facessero una leggina grande così, forse anche la Regione, che dicesse: "Cosa manca a Venezia? I panettieri, gli scarpari, i casolini. Bene: i panettieri che vengono ad aprire a Venezia, non pagano le tasse per dieci anni". Oppure avranno la casa gratis. Insomma, si deve andare a vedere cosa manca per mantenere in vita questa città, e dare una soluzione immediata». Ma è sicuro che invece il progetto per Venezia non sia proprio quello di trasformarla in una Disney-land? «Magari ci fosse: lavoreremmo per cambiarlo. In realtà questa deriva è involontaria, questo esodo è assolutamente non voluto, non pilotato. Se ci fosse il progetto di trasformare Venezia in una città-museo, potremmo dire: "Tutti i curatori di mostre, tutti gli artisti mondiali saranno ospitati gratis". Come per i panettieri. Invece non è così». E chi dovrebbe prendere l'iniziativa? «Tutto il "sistema", ma il deus ex machina non può che essere il sindaco. Deve dire: io voglio fermare l'emorragia, l'esodo. Chi è rimasto a Venezia? Gondolieri, motoscafisti, qualche addetto al turismo, qualche ristoratore, anche se quelli veri un po' alla volta vanno via... Oggi sono rimasti 50mila abitanti, con questo ritmo entro il 2030 Venezia sarà morta». Lei vive al Lido: è questo anche il destino dell'isola con la spiaggia? «Il Lido era un centro storico per la "bella Europa", ormai è ridotto a un dormitorio per i veneziani che non sono andati a Mestre o a punta Sabbioni. Ma non c'è più spazio e comincia ad avere gli stessi problemi di Venezia». Non è che una simile deriva può far comodo a qualcuno? «Può essere: ma guardi che a me non interessa dare la colpa a chicchessia. Cerco solo di dare una mano a Venezia». Gli imprenditori, dicono, dovrebbero mettere mano al portafogli... «Io sono buon amico dell'assessore al turismo, Augusto Salvadori, e gli ho chiesto più volte se per il Comune il Lido è o non è un posto turistico. Se lo è, cosa si sta facendo per svilupparlo? C'è il lungo-laguna con una pista ciclabile che si interrompe a metà perché manca un ponticello su un canaletto. Ma cosa ci vuole per fare un ponticello? Se danno l'incarico a me, basta una settimana. Il guaio è che se non pensano alle iniziative faraoniche, non sono contenti. Ma è con le piccole cose che si salva Venezia». Ma è vero o no che gli imprenditori sì tirano indietro? «Guardi, sempre Salvadori ha preso questa iniziativa di ricostruire lo storico Bucintoro, la nave della Serenissima bruciata da Napoleone. E mi dice: "Dai, dacci una mano". Se posso... Così ho mandato un mio rappresentante alle riunioni. Cercano sponsor. Poi si scopre che su uno dei parcheggi in piazzale Roma c'era un grande cartellone delle Generali, e all'ingresso del ponte c'era quello della Campari, e sulla curva di Marghera c'era uno della Safilo: li stanno togliendo tutti. Cartelloni da 2-3-400mila euro l'anno. Non sono settecenteschi, evidentemente. Ma allora chiedo: cosa fa Venezia per far sì che i Veneti la aiutino?». Intende dire che c'è chi pensa che tutto è dovuto? «Qualche giorno fa ho avuto una discussione con il mio amico Enrico Marchi, presidente della Save. Deve sapere che tutte le settimane dalla domenica al martedì ospito 20-30 ottici provenienti da tutta Europa. Arrivano la domenica e gli facciamo visitare Venezia, poi il lunedì li portiamo in azienda. Quelli arrivati l'altro lunedì dalla Scandinavia erano inferociti». Perché? «Poveri cristi, sono arrivati e dall'aeroporto hanno dovuto farsi 500 metri a piedi sotto la pioggia trascinandosi le valige per andare a . prendere il vaporetto». Ma non c'è il bus navetta? «No, non c'è più. Ho chiamato Marchi, e me l'ha confermato: mi ha dato una serie di spiegazioni su autorizzazioni dello Stato che non sono arrivate, scale mobili, permessi, passerelle, beghe di mille tipi. Tutto comprensibile, per carità. Ma io mi rompo le scatole per portare gente dal Nord, turismo e clienti, ovvero lavoro, e li accogliamo così? Quei trenta, una volta tornati a Oslo, che pubblicità ci fanno? "Ma sai - mi dice Marchi - il bus costa 350mila euro l'anno". E chi se ne frega? Prendi uno sponsor, fattelo pagare da Cacciari, sposta la biglietteria del vaporetto in aeroporto in modo che con venti centesimi in più fai la prima tratta in bus e la seconda in vaporetto. Insomma, trova la soluzione, invece di limitarti alla protesta. Sulla mia scrivania ho un avviso: "Sei qui con il problema, o con la soluzione?". Tutti corrono dietro al problema, non alle soluzioni: lo Stato non mi da i permessi, il pulmino è caro, gli autisti sono pochi... È l'arte del lamento. C'era qui Napolitano: perché non ne hanno approfittato per mandare a piedi anche lui a prendere il vaporetto? Invitiamo Prodi, speriamo che piova, e mandiamolo a piedi. Vediamo se poi non firma i permessi...». Dicevamo degli sponsor: sono i benvenuti o no? «Li cercano in ordine sparso, il buon Giampaolo Vianello, sovrintendente della Fenice, è alla ricerca continua; ma manca un disegno globale. Purtroppo oggi la politica non è più finalizzata a risolvere i problemi, ma solo a discuterli». Eppure nei giorni scorsi con l'arrivo di Napolitano è sembrato che sui grandi temi la politica veneta avesse ritrovato la volontà di parlare con una voce univoca. «E lei ci crede? Quest'anno si è palesato il serio pericolo di perdere la Mostra del Cinema a vantaggio di Roma: e all'inaugurazione non c'erano né sindaco, né presidente della Regione. Ma è possibile? Queste cose ti rattristano, ti demoralizzano. L'unico politico che si sia interessato ai problemi di Venezia è stato, all'epoca, Gianni De Michelis. Ricordo che convocò una ventina tra i più grossi imprenditori del Veneto e ci consultò su cosa si poteva fare per Venezia. Da allora, nessun altro». Montanelli suggeriva di trasformarla in una città-stato sovranazionale. «Aveva ragione. Basterebbe un commissario non politico, l'ordinaria amministrazione: qualcuno che costruisse il ponticello, che incentivasse panettieri, falegnami, ciabattini, idraulici. Partiamo dalle piccole cose: sennò il Mose sarà perfettamente funzionante il giorno in cui non servirà più. Invece se non si buttano sul faraonico, non sono contenti. Poi si ritrovano con il ponte di Calatrava fermo da cinque anni: i veneziani che hanno costruito Rialto in metà tempo si stanno rivoltando nella tomba. E nessuno si vergogna: tutti belli, felici, sorridenti che sproloquiano al popolo. Troppa filosofia». Obiezione: per risolvere i problemi servono soldi. «Quando c'è una buona idea, i soldi sono l'ultimo dei problemi. Con il nome e il potere che ha Venezia, basterebbe che schioccasse le dita».