Tra le carte private di Giovanni Urbani ho ritrovato una breve lettera in cui si parla del progetto d'un corso di laurea in « Scienze storico-ambientali» elaborato nel 1981 con Girolamo Arnaldi, Paolo Delogu e Mario Manieri Elia Sua finalità era, nelle parole di Urbani: «Creare degli esperti in materia di teoria e pratica delle scelte pubbliche relative a problemi di compatibilità tra sviluppo e conservazione». Inutile dire che il progetto non ebbe seguito alcuno, né ricordare da chi e perché venne ; fatto fallire. Da sottolineare è invece come a Urbani il cui pensiero trova riferimento costante nell'opera di Heidegger già dagli anni 50 del Novecento non fosse sfuggito come il carattere destinale del «fare il nuovo» (lo sviluppo) sia oggi trainato dalla principale forza formativa del mondo contemporaneo, la tecnica moderna; e ne traeva la conclusione che, perché lo sviluppo si trasformasse in progresso, si sarebbe dovuto custodire dentro la tecnica moderna il rapporto tra Storia e Natura, identitario dell'essenza dell'uomo (la conservazione). E questo il «salto di civiltà» indicato in via teorica da Giovanni Urbani nei suoi scritti, ma anche da lui stesso organizzato nel suo pratico corpo di azione tecnica con l'enorme mole di lavoro svolta durante il decennio (1973-1983) in cui diresse l'Istituto centrale del restauro. Lavoro riassumibile nel suo progetto della "Conservazione programmata", che portava fuori dalle nebbie del dilettantismo ideologico e demagogico il grande tema civile della conservazione contestuale del patrimonio storico-culturale e dell'ambiente, dimostrandola realizzabile. Ed è questa capacità di unire, a una speculazione teorica originale i concreti modi della sua attuazione, quella che fa di Giovanni Urbani una figura assai poco italiana. Anche il corso di laurea in «Scienze storico-ambientali» faceva parte di quel progetto. Lo attesta il piano di studi che, di là dalle fondative scienze sto-riche, s'apriva a materie quali paesaggio, ambiente, ecologia, diritto, economia, geografia, demografia, urbanistica, topografia, geologia, meteoclimato-logìa e altre ancora. Un corso di laurea pensato per formare nuove figure di "esperti", cioè di "soprintendenti", con competenze ampiamente interdi-sciplinari; figure alla cui assenza dalle "scelte pubbliche" anche si deve il carattere di disastro ambientale e paesaggistico che sempre più sta prendendo l'attività edilizia in Italia, specie con la bolla speculativa dell'ultimo decennio; e ciò non tanto per quanto si è costruito (lo sviluppo), ma per averlo fatto senza misurarsi con materiali, forme e proporzioni dell'identitario contesto storico preesistente, architettonico e paesaggistico (la conservazione); creando quindi uno sviluppo senza progresso. Ecco allora una modesta proposta per i nostri politici: osservare la condizione di costante emergenza ambientale in cui versa il nostro patrimonio storico-culturale; convenire come la "Conservazione programmata" possa ancora fare dell'Italia uno straordinario laboratorio di ricerca per come costruire un'armonica convivenza tra sviluppo e conservazione in funzione del progresso; cogliere come il perseguimento di un simile progetto permetterebbe al nostro Paese di porsi alla guida del globale movimento d'interesse mirato a custodire dentro l'ineludibile realtà della tecnica moderna, e anzi proprio per suo mezzo, il rapporto tra uomo e ambiente; assumere il carattere fortemente interdisciplinare di un simile progetto; e valutare se per la sua attuazione, rispetto alle soluzioni finora adottate, e mai andate a buon fine, sia più idonea una struttura organizzativa rapida, agile e già in sé interdisciplinare com'è la Protezione civile; quindi assegnare a questa stessa struttura un ruolo di collegamento tra ministero dei Beni culturali, ministero dell'Ambiente, Università e Regióni, nel rispetto delle re-ciproche competenze e prerogative di legge.