In Italia,la realtà quasi sempre batte la fantasia. E i primi ad accorgersene sono i nostri lettori ai quali d'estate vengono offerti per pochi euro alcuni grandi libri gialli, pieni di suspense e di intrighi. Ma poi basta leggere il giornale per trovare di meglio, quasi ogni giorno. «Chi ci ha rubato il Pil?». «Evasi dal carcere di San Vittore!»: sono solo alcuni dei best seller di questa estate, che ci aiutano a capire il dibattito sul "declino" del Paese, ma anche quali potrebbero essere i rimedi, sempre che con un po' di umiltà volessimo imparare da chi fa meglio. Proseguo con esempi tratti dai beni culturali non solo per l'attualità del dibattito il Consiglio dei ministri ha appena approvato un disegno di legge sulla «qualità urbanistica e architettonica» ma anche perché è il settore in cui l'Italia ha, da secoli, un vantaggio comparato irraggiungibile da parte dei Paesi emergenti come Romania e Cina; ma anche da pane di Paesi più ricchi e potenti, come gli Stati Uniti. In altre parole, se non siamo capaci di tutelare e valorizzare il nostro patrimonio artistico, la colpa non potrà mai essere data né a cinesi imbroglioni né a prepotenti americani. In realtà, sembriamo bravissimi a farci del male da soli. Basta seguire il dibattito di questi giorni sul nuovo Codice dei beni culturali, con le polemiche sulle competenze statali da un lato e dall'altro sulla capacità dì migliorare la qualità delle nostre città, anche ponendo rimedio a passate brutture. Esemplare è stata la risposta data al ministro Urbani, che ha avuto il coraggio di provocare questo dibattito sulla qualità giudicando «brutto e quindi da non conservare» il carcere di San Vittore a Milano. Gli è stato obiettato che oggi sapremmo solo fare peggio! Risposta raggelante, se credibile: non avremmo più nessuna speranza di competere con chi in tutto il mondo continua a fare cose belle, e così attira qualità sia di capitale umano sia di ricchezza materiale. I nostri migliori architetti potrebbero solo lavorare nei Paesi che, sapendo essere meritocratici, hanno anche la crescita economica! Ma a ben guardare, questo dibattito è fuorviante se non riesce ad alzarsi dall'episodio per riflettere sui principi generali. In effetti, c'è oggi in Italia un disperato bisogno di regole, buone, rispettabili, rispettate. Regole grazie alle quali a decidere non potrà mai essere un isolato funzionario. Ma anche regole grazie alle quali un po' di meritocrazia arriva (o meglio ritorna, perché se no non spiegheremmo il nostro grande passato) anche da noi. Altrimenti, abbiamo continuamente scandali come quello che Bruno Zanardi ha ben illustrato sul «Giornale dell'Arte» con riferimento allo «scempio di Porta Borghetto» a Piacenza. Dove lo scandalo ancor prima che nei lavori fatti è proprio nel totale disprezzo per ogni regola da Paese civile: il soprintendente locale che direttamente incarica dei lavori i suoi amici, approvandone i progetti, tenuti accuratamente segreti, e disponendo dei pagamenti. Neppure in Africa queste cose sarebbero possibili. Ma da noi purtroppo i giudici sono tutti occupati a perseguitare Berlusconi... È chiaro che l'impostazione seguita in questi ultimi anni e che il ministro Urbani ha fatto propria, anche su impulso del capo dello Stato va nella direzione giusta. Non c'è solo lo Stato a doversi occupare del nostro patrimonio artistico; ma deve esserci una logica: vi sono beni culturali di interesse nazionale accanto ad altri di rilevanza regionale o locale; e ve ne sono di «particolare valore storico, artistico, culturale, ambientale» che neppure Patrimonio Spa può alienare ai privati. Ne deriva che un dibattito sui meriti architettonici del carcere di San Vittore a Milano è utile solo se sappiamo anzitutto chi ne risponde. Lo Stato dovrà occuparsene solo se decidiamo che il bene riguarda tutti gli italiani, avendo un riconosciuto valore nazionale; non essendo perciò rilevante l'opinione magari difforme dei milanesi. O contrario accadrà qualora a quel bene fosse attribuito un valore solo locale. Analogo il criterio con cui ne potrà essere eventualmente garantito il "pubblico godimento", che devo immaginare più gradito se l'uso non resterà quello carcerario... Un Paese che fatica a decidere non solo le priorità tra le cose da fare, ma ancor prima quale livello di governo ne abbia la competenza, è un Paese che perde opportunità di crescita. Soprattutto nel mondo globale in cui viviamo, dove è sempre colpevole non raccogliere le sfide competitive che ci vengono da tante parti, che magari hanno un patrimonio artistico molto inferiore al nostro, ma sanno valorizzarlo e in modo corretto, così facendone un apprezzabile "biglietto da visita". La rivoluzione liberal-meritrocratica che vent'anni fa ha ridato la crescita al Regno Unito e agli Stati Uniti, nel nostro caso richiede soprattutto una maggior certezza di qualità in tutto ciò che è pubblico.