Pragmatico come sempre, in controtendenza come d'abitudine, Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura del Comune di Milano, si congratula con il Campidoglio. Le cene, i banchetti e i vernissage organizzati tra le mura dell'Ara Pacis non vanno condannati. Anzi. «Dato per assodato», spiega Sgarbi, «che spero che prima o poi venga abbattuta, dovrebbero affittarla tutti i giorni». Ma ne è sicuro? «Certamente. In primo luogo anche le cose più immonde portano dei vantaggi. E un oggetto orrendo come l'Ara Pacis può portare denaro. In secondo luogo anche le persone meno interessate all'arte vedrebbero l'Ara Pacis. Quindi sipuò trarre un beneficio da un danno». Eppure non sono mancate critiche, quelle dell'associazione ambientalista Italia Nostra, sino alla decisione di Marco Visconti, consigliere capitolino di Alleanza Nazionale, di presentare un'interrogazione in Comune. «Sbagliano Visconti e Italia Nostra. Sapevo di quest'uso che veniva fatto dell'Ara Pacis, anche perché lì dentro ho partecipato ad un convegno organizzato da Maurizio Costanzo. Devo dire che trattandosi del manufatto più brutto del mondo farlo vedere è sempre come far vedere le vergogne di famiglia. Ma una volta costruito non posso dire che sia sbagliato fame uso. Anche il teatro degli Arcimboldi, progettato da Vittorio Gregotti, è brutto eppure fanno delle cose bellissime». Qualche purista dell'arte però storce la bocca di fronte immaginando un possibile avventore che panino e aperitivo alla mano visita il monumento di Richard Meier... «Non c'è niente di male, lo fanno anche al Metropolitan di New York, in Francia. Finché l'uso non diventa abuso è assolutamente lecito. Perciò tartina, pranzo, colazione, è tutto possibile. Anche se fa schifo non è un elemento per dire chepuòessere usato come qualunque museo». Bocciata, si sa, l'Ara Pacis cosa pensa degli inserti di architettura contemporanea all'interno di una città come Roma? «Un intervento sottile di un qualsiasi architetto può essere consentito quasi ovunque. Però deve avere non tanto la forza di farsi vedere, che sarebbe la cosa migliore, ma la forza di non alterare i rapporti di quote, proporzionali, di sporgenze». Quindi può esserci una commistione di stili? «Si può fare. Lo dimostrò il più grande architetto del Novecento che era Carlo Scarpa con il museo di Castelvecchio a Verona e palazzo Abatellis a Palermo. Erano interventi molto riconoscibili, però erano proporzionati. Non avevano gigantismi o alterazioni. È molto complicato ma non è impossibile. Io non ho fiducia nella qualità. La cosità, invece, è lecita, la qualità è rara. Temo che negli architetti prevalga la "ubris", la tracotanza, piuttosto che la discrezione».