È possibile legiferare sulla qualità? In alcuni ambiti, nessuno ne dubita: tutti vogliamo essere rassicurati su standard qualitativi minimi del cibo che mangiamo, delle medicine che prendiamo; tutti contiamo quante Stelle ha il nostro albergo o il nostro ristorante. Ma se si parla di architettura contemporanea, e specialmente di quella ancora da edificarsi, ha senso promuoverne per legge la qualità? La domanda è di stretta attualità, visto il recentissimo disegno di legge-quadro sulla qualità architettonica, il primo tentativo di tal genere in Italia, e le critiche che ha suscitato. Ma davvero l'idea di un controllo di qualità sull'architettura contemporanea non ha precedenti in Italia? Al contrario: a partire almeno dal secoloXII il senso del decoro civile, la coscienza che l'immagine della città incarnava, la nozione stessa di cittadinanza generò negli statuti delle città italiane precoci e severe norme che non solo proteggevano l'integrità dei monumenti, ma anche subordinavano la libertà di edificare del privato a norme di pubblico interesse. A Siena si hanno norme in tal senso dalla metà del Duecento, a Verona dal 1276; non si costruiva, in queste e altre città italiane, senza il permesso degli «uffiziali dell'ornato», o di magistrature consimili. Fu anche grazie a norme come quelle che si giunse a una sorta di gusto comune generalizzato a cui tutti si conformavano per un condiviso senso di dignità e di civiltà. Situazione che per lungo corso di secoli formò il volto dell'Italia che amiamo, delle sue cento città ciascuna colla sua propria impronta peculiare, e però tutte saldamente, ugualmente italiane per carattere, per «qualità» appunto. Come e quanto tutto ciò sia venuto cambiando nelle ultime generazioni, sotto la pressione congiunta della crescita economica, dei processi di globalizzazione e del drammatico calo di quel comune orizzonte di dignità e di gusto, è sotto gli occhi di tutti. Dacie russe popolano ormai le spiagge calabresi, bianche casette mediterranee tentano invano di acclimatarsi sulle Alpi; orridi condominii, finti grattacieli, patetiche villette (villule, direbbe Gadda) assediano i nostri centri storici, dilagano per le campagne. Oliviero Toscani, attentissimo fustigatore di questa piaga, ha parlato di «architetture da geometri», attirandosi i fulmini degli stessi; ma purtroppo non solo geometri, ma anche ingegneri e architetti fanno a gara nello scempio. In una situazione come questa, una normativa che funga da argine (al brutto) e da incentivo (all'architettura di qualità) non può che essere la benvenuta. Il disegno di legge Urbani potrà funzionare, segnare un'inversione di tendenza? Alcune delle critiche rivolte alla legge sono ingiuste. Non è vero, per esempio, che essa riguardi il singolo edificio e non l'ambiente (anzi, l'art. 1 indica come finalità ultime «la salvaguardia del paesaggio», «l'armonico inserimento nell'ambiente circostante» delle nuove architetture, «nonché il miglioramento della qualità detta vita»). Non è vero che la legge tenga in conto i centri e non le periferie (vi si parla anzi di «interventi dì riqualificazione paesaggistico-ambientale», art. 2). Non è vero che la legge punti prima di tutto sull'abbattimento degli edifici più «brutti»: al contrario, essa vuoi favorire la qualità degli edifici da costruire, incentivando i concorsi di idee anche mediante un apposito finanziamento, riconoscendo le opere contemporanee di particolare valore artistico, concedendo contributi economici alle opere di architettura contemporanea, promuovendo ricerca e conoscenza dell'architettura contemporanea anche mediante un centro nazionale dì documentazione (finanziato con 16 milioni di euro in due anni), costituendo un «piano di qualità delle costruzioni pubbliche» e una Fondazione per la qualità architettonica (della quale faranno parte anche i ministeri dell'Istruzione e delle Infrastruitture). Inoltre, varando una legge con questi principi, il governo obbligherà soprattutto se stesso ad osservarla per tutte le opere pubbliche in vista. Quale è, dunque, il punto? Il punto è che questa legge, più positiva per quello che prospetta, da sola non basta. E non per la domanda, che pur molti hanno avanzato, su chi sarà a giudicare quel che è «bello» e quel che è «brutto»; meglio è infatti che qualcuno giudichi, prendendosi le sue responsabilità e magari sbagliando, piuttosto che la finta neutralità della situazione odierna, che di fatto è inerzia e acquiescenza al degrado. Meglio è che le strutture pubbliche, a cominciare dalla DARC (Direzione Arti e Architetture Contemporanee del Ministero) abbiano un ruolo forte e ben definito. Ma nulla potrà funzionare se a questo tentativo, che certo andrà specificato e visto alla prova dei fatti, non corrisponderà una crescita non solo dell'attenzione al contemporaneo, ma più in generale della tutta e, punto capitale, di quella coscienza civile che deve comprendere quando la qualità urbana sia costitutiva della «qualità della vita», appunto. Come ha detto Mario Botta, «la qualità architettonica è specchio della storia e della società» non può migliorare se il resto peggiora. Sulla strada del ministro Urbani, questa legge segna comunque un punto a favore, un segnale interessante se sarà seguito da altri di cui si parla, come un rinnovato finanziamento agli archivi di Stato che languono, una revisione alla legge Merloni che consenta agli interventi di restauro di evitare le norme più iugulatorie, che al restauro non dovrebbero applicarsi, e infine l'accordo con le Infrastrutture per un utilizzo del 3 stabilito dall'ultima Finanziaria secondo piani pilotati dai Beni Culturali. Provvedimenti tutti che dovranno, per non vanificarsi, fare sistema con due altri e più importanti interventi, in un buon Codice dei beni culturali e un energico rilancio della pubblica amministrazione del settore, che non la svuoti demandando a privati e a terzi proprio quello che è la sua care activity, gestire i beni culturali, ma la rinsangui con nuove assunzioni, assicurandole motivazione ed efficacia anche mediante corsi di formazione. Quanto al Codice del beni culturali che il ministro Urbani sta per licenziare, ad esso toccherà fra gli altri il difficile compito dì tagliare in qualche modo il nodo di Gordio delle alienazioni troppo facili, che (com'è accaduto nelle infelicissime esperienze di Patrimonio S.p.A. e delle varie SCIP) non distinguono quello che è patrimonio culturale da ciò che non lo è: basti ricordare che nella sola Toscana vi sono ben 81 immobili assegnati alla Patrirnonio S. p. A di cui la Regione ha richiesto il vincolo prima che vengano venduti; o leggere il DPEP 2004 appena varato, che minaccia nuove massicce dismissioni. Il vero significato della legge sulla qualità architettonica e degli altri provvedimenti lo si vedrà, e non è un bisticcio di parole, dalla qualità del nuovo Codice dei Beni Culturali. Altri e ben più decisivi punti a proprio favore segnerebbe il ministro Urbani se (come pare) il suo Codice non proteggerà solo i beni pubblici «particolarmente importanti», con ciò disgregando il vitale tessuto del «modello Italia», ma ne riaffermerà la trama compatta, ramificata e stratificata nel territorio, mediante un concetto alto e forte di tutela. Se esso non sarà l'ennesima resa (non importa se ingenua o colpevole) all'ideologia astratta e perdente del «privato pigliatutto», ma darà assoluta priorità al funzionamento della pubblica amministrazione. Se, infine, esso non sancirà il divorzio della tutela dalla valorizzazione e dalla fruizione, ma stabilirà chiaramente, secondo la best practice in uso in tutti i paesi avanzati e le definizioni dell'International Council of Museums, il necessario continuum fra le varie funzioni, un continuum per sua stessa natura non segmentabile senza grave danno dei beni stessi e dei cittadini. Cesare De Seta ha scritto efficacemente su questo giornale che la macchina dei Beni Culturali in Italia è una Ferrari, che da troppo tempo viene guidata come una giardinetta. Il nuovo Codice e la riforma del Ministero ci diranno non solo in che contesto nasce la nuova legge sulla qualità architettonica, ma soprattutto se ci sono speranze che quel tempo infelice stia per finire.