È in corso una campagna di scavi archeologici hanno annunziato - per portare alla luce tracce del porto romano di Miseno. La ricerca rende attuale una questione di grande portata storica che riguarda non soltanto la flotta d'Occidente dell'età augusto-tiberiana ma anche il ruolo assunto dal Golfo di Napoli sotto Roma imperiale, un vero e proprio "sistema", perni del quale erano, sia per le navi, sia per le comunicazioni, il promontorio di Capo Miseno e Capri. Facendosi costruire la residenza di Villa Jovis, Augusto ordinò che a fianco di essa fosse eretta una specula destinata a trasmettere i suoi messaggi a Roma ogni qual volta soggiornava sull'isola e, viceversa, a portare a Capri notizie dalla capitale. Cosa di cui si servì molto il suo successore Tiberio, esaltandola come stazione di partenza di una sorta di linea telegrafica (diciamo così) da Capri a Roma che passava per Capo Miseno. Nel Naturalis Historia, Plinio il Vecchio sostiene che comunicare messaggi convenzionali tramite le speculae era in uso fin dai tempi della guerra di Troia. Il sistema dei fari funzionanti da telegrafo non coincideva con quello dei fari marittimi. Entrambi consistevano in torri sugli spalti delle quali si dava fuoco a fascine di legna. Legno resinoso di giorno, affinché facesse fumo e i messaggi potessero venire affidati a nuvolette grigie artificiosamente prodotte. Legno secco di notte, in modo che, bruciato, se ne vedessero le fiamme da lontano. Mentre nei bracieri dei fari marittimi ardevano soltanto dal tramonto all'alba falò continui color rosso acceso, per il telegrafo era diverso. Operava ventiquattro ore su ventiquattro, ma cambiava metodo a secondo della luminosità circostante e della relativa visibilità. Si atteneva a un dizionario elementare basato sui tempi della fumata (o della fiammata), in pratica ad un codice che imponeva di interrompere al punto giusto la nuvola grigia oppure i bagliori dei fuochi, gettando sul braciere getti d'acqua. Secondo Svetonio, biografo di Tiberio, il periodo più importante del Faro di Villa Jovis fu quando scoppiò la rivolta di Seiano (28-30 circa d.C.). Venne rafforzato sull'isola il servizio di vedette e fu messo in allarme il personale addetto ai segnali con la terraferma: nessun rivoltoso avrebbe dovuto sorprendere l'imperatore a Capri. Pensando di poter essere costretto a fuggire, dice, Tiberio aveva preparato navi pronte a condurlo in salvo lontano dall'isola, presso qualche legione "amica"; scrutava di continuo il mare da un'altissima rupe per cogliere i segnali che aveva dato ordine di inviare con urgenza da Roma se fossero successi sconquassi politici. Cosa è giunto fino a noi del "sistema" delle speculae romane che varrebbe la pena di far riemergere insieme al porto di Miseno ed alla sua flotta? Tra i pochi ruderi rintracciati finora dagli archeologi a Punta Campanella - il Capo Ateneo o Capo Minerva d'età antica vi sono quelli di una torre di segnalazione. Era la specula che, ricevuti i messaggi dal Faro di Capri, li ritrasmetteva a Capo Miseno da dove giungeva ad Ostia ed a Roma. La storiografia la tratta da semplice ripetitore, mentre Capo Miseno viene celebrato come snodo essenziale sia del sistema di navigazione romano (disponeva di un potente faro notturno orientato sul Tirreno centro-meridionale), sia della linea telegrafica Capri-Roma. I ruderi del faro telegrafico di Capo Miseno sono visibili sull'altura cosiddetta del Grottone: da essa, a picco sulla Marinella del Poggio si dominava il porto di Miseno e, in parte, il bacino di Mare Morto. I costruttori vi avevano ricavato alloggi per il personale addetto alle segnalazioni e cisterne per raccogliere l'acqua piovana che serviva a regolare l'intermitetnza delle luci. Da lì l'occhio spaziava dal Canale di Procida all'intero Golfo di Napoli fino a Sorrento e Capri, ma la conformazione del promontorio sul quale era posto impediva che i suoi fuochi fossero visti da chi navigava in acque aperte rendendolo così inadatto al traffico marittimo. Ed è logico ritenere, come fece Maiuri, che a Capo Miseno oltre questa specula ci fosse il faro destinato esclusivamente alla navigazione di cui si diceva sopra. La specula di Capri, alta una ventina di metri e larga dodici, fu scavata nel 1804 dall'Hadrawa: all'interno trovarono cenere di legno di conifere, resti di ciocchi carbonizzati, un lacrimatoio di vetro, un bassorilievo con figure femminili. Sarebbe andata distrutta nel terremoto del 37 d.C. e, ricostruita, avrebbe funzionato per le trasmissioni ottiche in codice fino al secolo XVII continuando a lanciare potenti bagliori notturni. Era, sì, una stazione telegrafica, ma, posta a Sud del Golfo, costituiva anche il pendant meridionale del faro marittimo di Capo Miseno: quando trasmetteva, a giudizio del poeta Publio Stazio illuminava il cielo di una luce così forte da apparire ai naviganti, oltre che ai segnalatori di Capo Minerva, aemula lunae, simile alla luna.
Alcuni scavi intendono riportare alla luce l'antico porto di Miseno
La campagna di scavi archeologici a Miseno ha rivelato tracce del porto romano e ha reso attuale una questione storica riguardante il ruolo del Golfo di Napoli sotto Roma imperiale. Il porto era un importante snodo per la flotta d'Occidente dell'età augusto-tiberiana e il faro di Capo Miseno era parte di un sistema di comunicazione che collegava Capri a Roma. Il sistema dei fari funzionava come un telegrafo, utilizzando torri sugli spalti delle quali si dava fuoco a fascine di legno per trasmettere messaggi. Il faro di Capo Miseno era un importante snodo per la navigazione marittima e il sistema di comunicazione era utilizzato anche per la trasmissione di notizie politiche.
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