Il caso recente di Palazzo Penne, che stava per essere rovinato, merita qualche ulteriore riflessione. Innanzitutto, sullimportanza delledificio. Palazzo Penne non appartiene al gruppo di monumenti che limmaginario comune dei napoletani identifica come simboli della propria città. A torto. La lettura del libro dotto ed elegante di Gennaro Borrelli, "Il palazzo Penne. Un borghese a corte", ne chiarisce la storia e le caratteristiche. Progettato nel 1406, fu voluto da Antonio da Penne, originario, come il giurista suo contemporaneo Luca da Penne, di quel paese abruzzese. Nel 1391 lo troviamo già potente segretario del re Ladislao; redasse latto di matrimonio tra Guglielmo dAustria e Giovanna di Durazzo, regina di Napoli dal 1414 al 1435. Il suo potere e la sua fedeltà alla dinastia gli valsero di poter costruire il proprio palazzo nella zona più ambita dalla grande aristocrazia angioina, chera quella appunto compresa tra lodierna San Biagio dei librai e Sedile di porto. Un giurista aveva scalato la gerarchia sociale fino a divenire potente a corte, secondo una mobilità sociale che è stata pure studiata, tra gli altri, da Giuliana Vitale. Il palazzo portava i segni del successo: non soltanto perché era visibile lo stemma della casata, ma per il prestigio della sua ideazione. Ci restano la facciata originaria, assai bella per la cromia del bugnato, e larco ribassato, nel quale ancora si conserva il primitivo portone di quercia. Il Borrelli ha ricostruito con perizia quale dovette essere il palazzo. Prima che, a partire dalla metà del '500, cominciassero cambiamenti di proprietà e di strutture. Ledificio rivelava i caratteri della sua epoca. Leleganza del gotico fiorito della facciata si accompagnava alla perdurante tradizione romanica di archi possenti; la conoscenza di modelli catalani dava vita alla felice soluzione di problemi interni che anticipavano quelli di metà secolo. A mostrare la piena appartenenza allélite angioina, Antonio da Penne si rivolse per la costruzione dellarco ad un artista assai attivo a Napoli, Baboccio da Piperno, che lavorò pure alla cappella Pappacoda: ed infatti sono numerose le analogie tra larco del palazzo e quello della cappella. Inoltre, ancora a Baboccio si rivolse Antonio da Penne quando fece costruire il proprio, bel monumento funebre che, a conferma del favore regale, poté addirittura essere sistemato a Santa Chiara. La famiglia di Antonio da Penne si era dunque insediata in una delle aree nevralgiche della Napoli tardo angioina, testimone di tensioni economiche e sociali, di fermenti culturali e artistici. Anzi, questo concorre a disegnare in quellarea una significativa triangolazione, costituita da Santa Chiara, la cappella Pappacoda e, appunto, il palazzo Penne. Uno dei vertici di questo percorso storico stava per essere irrimediabilmente rovinato. Grazie al Comitato per la difesa del Centro storico e al tempestivo intervento del presidente della Regione, Bassolino, si è scongiurato tale rischio. Ma, seconda considerazione da farsi, un altro rischio, come sempre a Napoli, attende palazzo Penne. Ha scritto assai bene De Cunzo che a Napoli spesso lazione di un gruppo di cittadini riesce a evitare che abbia il sopravvento la deriva verso la distruzione del patrimonio storico e ambientale; ma altrettanto spesso tale patrimonio rimane vittima dellincapacità di produrre e realizzare un progetto di equilibrata e sensata conservazione. Questo è il rischio che si deve evitare per palazzo Penne. La Regione Campania, che meritoriamente esercitò il diritto di prelievo del Palazzo, e lUniversità lOrientale hanno già trovato una proficua intesa per un comune sforzo per la ristrutturazione delledificio; occorre passare dalla fase amministrativa a quella progettuale, perché il recupero delledificio possa aversi in tempi ragionevoli e certi. Il palazzo consente una pluralità di destinazioni: si è anche pensato a collocarvi importanti fondi bibliotecari, ad esempio quello della fondazione Piovani e altre ancora. È ragionevole speranza che, dopo quel che è successo, si abbia una accelerazione definitiva nella risoluzione della vicenda. Una terza riflessione. In questo caso abbiamo assistito ad un circolo virtuoso: il presidente della Regione ha risposto allazione di alcuni cittadini e si è bloccato un abuso. Questo episodio è positivo e non va sottovalutato, perché mostra che, in questo frangente, il potere politico ha saputo seguire lopinione pubblica. Ma se labuso è opera di un potere pubblico? Un esempio: si può forse sperare che venga serenamente ridiscusso il progetto dellauditorium a Ravello?
NAPOLI. Palazzo Penne un progetto può fermare la rovina
Il palazzo Penne, progettato nel 1406 da Antonio da Penne, è un edificio storico napoletano che non è considerato un simbolo della città. La sua storia e le caratteristiche sono state studiate da Gennaro Borrelli nel libro "Il palazzo Penne. Un borghese a corte". Il palazzo è stato costruito nella zona più ambita della grande aristocrazia angioina, tra Sedile di Porto e San Biagio dei Librai. La facciata originaria è ancora visibile e presenta un bugnato cromato. Il palazzo rivelava i caratteri della sua epoca, con eleganza del gotico fiorito e tradizione romanica di archi possenti. La sua costruzione è stata influenzata da modelli catalani e da un artista napoletano, Baboccio da Piperno.
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