LE TRE ragioni addotte dall'amico prof. Sisinni in questa pagina, il 15 agosto scorso «che da sempre convincono della necessità che la tutela del patrimonio culturale ed ambientale sia cura prioritaria dell'ente pubblico per eccellenza, lo Stato», sono tutte valide. Ma non dirimenti. Infatti, esse sono ugualmente valide se, al posto dello Stato, si mette un altro ente pubblico, quale la Regione (o la Provincia o il Comune). Sia sul piano culturale sia su quello scientifico sia su quello giuridico. Ridotta nei suoi termini essenziali, potrebbe trattarsi soltanto di una questione di scelta. In ordine con i tempi. E con la cresciuta sensibilità dei cittadini e dei loro amministratori verso un patrimonio culturale che localmente viene sempre più sentito come «proprio», e come testimonianza delle «proprie» radici e della «propria» storia. Sensibilità e sentimenti, questi, indubbiamente più forti se rivolti a «beni» non solo presenti nel territorio in cui si vive, ma anche gestiti e curati «in proprio». Tutto ciò, naturalmente, con regole e strumenti, in linea di fondo, uguali per tutti e dappertutto. Vale a dire, nell'ambito di una legge-quadro (ispirata ai principi, inderogabili, che Sisinni ha egregiamente riassunto ed esposto), emanata dal Parlamento nazionale e della cui assoluta osservanza sia tutore (o «controllore») e garante lo .Stato, attraverso i suoi organi, centrali e periferici. Forse, ci vuole solo un po' di coraggio. Come ce ne vorrebbe, a proposito, per «restituire» alle comunità locali (nei vari livelli, a seconda delle opportunità, a cominciare da quelle riferibili alla tutela) i beni che loro storicamente appartengono e che troppo spesso, portati via dai «luoghi d'origine» (o «di ritrovamento»), sono andati, in passato, a costituire e magari a «gonfiare» quei musei «centrali» di tardo-ottocentesca memoria, che non hanno più alcuna ragion d'essere. Tanto meno a livello storico-culturale (e mentre si assegnano a Reggio Calabria e a Mazara del Vallo reperti che con quelle città non hanno a che fare, se non per via amministrativa e burocratica). Né il Museo Topografico dell'Emilia, a Firenze, né il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma ciascuno da sé ma nemmeno uniti sono in grado di documentare, nella sua interezza e nelle sue molteplici sfaccettature, la civiltà degli Etruschi. Tant'è vero che quando -si vuole organizzare una mostra, al riguardo, occorre «reclutare» pezzi significativi dai musei di mezzo mondo. Allora, a che serve - oggi tenere «in esilio» documenti che in quei due musei sono parziali, incompleti, insufficienti (oltreché fuori luogo, nel senso letterale dell'espressione), mentre nei loro territori di provenienza sarebbero completi, pertinenti ed esaustivi? Basta vedere quale importanza e quale visibilità hanno acquistato le statue del teatro romano di Perento, una volta trasferite al Museo di Viterbo (città che per certi versi può considerarsi «erede» di Perento, dove peraltro non esiste un museo locale) rispetto a quando si trovavano relegate, «declassate» e praticamente ignorate, giusto nel Museo Archeologico di Firenze.
Affidare i beni culturali alle cure degli enti locali
L'amico prof. Sisinni sostiene che la tutela del patrimonio culturale ed ambientale dovrebbe essere cura prioritaria dell'ente pubblico per eccellenza, lo Stato. Tuttavia, queste ragioni sono valide anche per altri enti pubblici, come la Regione o il Comune. La sensibilità dei cittadini e dei loro amministratori verso il patrimonio culturale locale è cresciuta, e ciò è dovuto in parte alla gestione e cura dei beni culturali da parte delle comunità locali. Tuttavia, la legge-quadro per la tutela del patrimonio culturale dovrebbe essere emanata dal Parlamento nazionale e lo Stato dovrebbe essere il tutore e il controllore.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo