«La cultura assume forme diverse attraverso il tempo e lo spazio. Questa diversità si incarna nell'unicità e nella pluralità delle identità dei gruppi e delle società che costituiscono l'umanità. Come fonte di scambio, innovazione e creatività, la diversità culturale è necessaria per l'umanità quanto la biodiversità per la natura. In questo senso, è il patrimonio comune dell'umanità e dovrebbe essere riconosciuta e affermata per il bene delle generazioni presenti e future». E' l'articolo 1 della dichiarazione universale sulla diversità culturale del 2001. E' forse una delle definizioni più esaustive della diversità culturale. Ma per comprenderla meglio, è meglio andare nei quartieri "meticci" delle grandi metropoli, leggere autori che raccontano di mondi a noi lontani, ascoltare musica che armonizza ritmi di diverse tradizioni, diffondere liberamente le idee e la creatività senza dover pagare per farlo. La diversità culturale c'è, è un dato di fatto. Ma come proteggerla? Come promuoverla? Un primo passo è dare fondamento giuridico a questi principi. L'Italia lo ha fatto lo scorso 31 gennaio, diventando membro della Convenzione Unesco sulla "Protezione e promozione delle espressioni della diversità culturali" in seguito all'approvazione in Parlamento della Convenzione. Che cosa succede a questo punto? Il testo interessa molto l'Italia, notoriamente uno dei più importanti giacimenti del patrimonio artistico e culturale a livello mondiale. Ma c'è ben altro in ballo: accesso ai mezzi di produzione culturale a industrie indipendenti e al terzo settore; promozione della diversificazione dei media, anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo; incoraggiamento del libero scambio di idee e pratiche culturali. Sono i tre problemi che la ratifica della convenzione apre. Se ne è discusso lo scorso 26 marzo a Roma, durante il convegno - il primo in Italia dopo la ratifica - "Diversità culturale: convenzione Unesco, un primo passo per la sua valorizzazione", organizzato dal gruppo di Rifondazione Comunista alla Camera, da LiberAssociazione e Uniti a Sinistra. Al convegno c'erano quasi tutti quelli che da anni sostengono la necessità di tutelare e valorizzare la diversità culturale: Danielle Mazzonis, sottosegretario ai beni culturali con delega ali1 Unesco: «Grazie alla ratifica di questa Convenzione - ha detto introducendo il convegno - l'Italia è entrata a far parte di un gruppo di Stati che vogliono promuovere valori universali di inclusione sociale, integrazione culturale e sviluppo solidale. Tematiche e dinamiche transnazionali, che solo a tale livello possono trovare regolazione ed efficace attuazione. Il testo della Convenzione riconosce il ruolo e la legittimità delle politiche pubbliche nella protezione e nella promozione della diversità culturale e incentiva la cooperazione internazionale per proteggere la diversità culturale laddove è più minacciata, come nei paesi in via di sviluppo ». All'incontro non potevano mancare Vittoria Franco e Pietro Folena, presidenti delle Commissioni Cultura rispettivamente al Senato e alla Camera, che hanno seguito l'iter della legge in Parlamento. Fra i relatori c'era Ugo Gregoretti, presidente della Coalizione italiana per la diversità culturale. Giacomo Mazzone ha portato il punto di vista internazionale della European Broadca-sting Union; Alessandro Oc-chipinti ha rappresentato gli scrittori e Pippo Delbono ha parlato della diversità culturale nel teatro. C'era anche Claudio Cappon, direttore generale di quella Rai tanto criticata ma su cui tanto si continua a investire, la tv pubblica che si vorrebbe un po' più "a redditività sociale differita" come ha detto Franco Giordano, o un po' più "strumento culturale" secondo l'idea di Gennaro Migliore. C'era il presidente della Siae Giorgio Assumma che, a proposito di 'diversità', ha voluto ribadire la differenza fra copyright e diritto d'autore. Forte il sostegno espresso da Francesco Rutelli che, citando anche il Delors dell'"Europa delle diversità", ha sottolineato che «L'adesione alla convenzione ha impegnato tutto il Governo, che la ritiene un traguardo importante». Talmente importante che, per la fine del 2007 o l'inizio del 2008, sarà organizzata una conferenza nazionale sulle diversità culturali in Italia, poiché «le culture del nostro Paese-ha aggiunto- vanno vissute come parte integrante del mutamento della società italiana». Ma il vicepremier guarda già alla prossima Convenzione Unesco: «Presto l'Italia diventerà membro anche della convenzione sul patrimonio immateriale ovvero la tutela e la valorizzazione per esempio della feste popolari o tradizioni secolari, come ad esempio i Pupi di Sicilia e il canto "a tenore" in Sardegna». Intanto occorre trovare strumenti per rendere effettive la tutela a la promozione della diversità culturale: una prima proposta è stata lanciata da Pietro Folena; «Va aperto un tavolo sulla riforma del diritto d'autore e sulla cancellazione di norme assurde come quelle che considerano criminale il peer to peer a fini non di lucro. Ne abbiamo parlato col presidente della Siae. Siamo pronti a un tavolo che da un lato riporti all'autore i proventi dei diritti, oggi preda nelle grandi cifre delle majors e dei grandi gruppi, e dall'altro accompagni a un circuito profit, fondato sulla nozione di copyright, un circuito no-profit, fondato su quella di copyleft. Molti autori, specie giovani, attraverso i creative commons, realizzano il loro primo obiettivo, farsi conoscere, impedito dalle logiche di monopolio presenti nel mercato». Contro la mercificazione del cultura e dei saperi si è levato anche il segretario di Rifondazione Comunista Franco Giordano: «Strumenti come il software libero, oltre ad esaltare la creatività e lo scambio di idee, sono un'occasione di risparmio per la pubblica amministrazione e per quanti possono dire addio al giogo delle licenze imposte a caro prezzo dalle multinazionali». Anche Gennaro Migliore, nel tirare le conclusioni, ha sottolineato che «occorre lavorare nell'ottica della tutela e della promozione della diversità culturale per combattere la mercificazione delle opere dell'ingegno umano, della creatività. Occorre esaltare la differenza culturale e renderci conto che non è solo nella valorizzazione dell'esistente, ma è in ciò che "non c'è ancora": nelle culture migranti, nelle identità multiple, nelle nuove forme culturali legate all'innovazione tecnologica».