La provvidenziale caduta di qualche calcinaccio del portico di San Francesco di Paola in piazza Plebiscito ci costringe a riparlare del grande rimosso dellurbanistica napoletana, il centro storico e i suoi monumenti. Perché , ovvio, la questione non è di semplici calcinacci. Per quelli, basta un pronto intervento, già peraltro fatto dalla dirimpettaia Soprintendenza di Palazzo Reale. Ferita edilizia chiusa, dunque, ma questione di politica urbanistica aperta. Questione oltremodo delicata, se laccaduto riguarda il luogo-simbolo della speranza di rinnovamento urbano. Fu restaurata bene e con buona lena in occasione del G7, fu poi pedonalizzata non senza accese polemiche. Lamministrazione comunale del tempo mostrò in quella occasione sorprendenti quanto gradite doti di fermezza. Ma il progetto si arrestò a metà, alla parte del restauro monumentale e al dispositivo del divieto, nellerrata convinzione che alcuni spazi della città vanno guardati ma non vissuti. Piazza Plebiscito era diventata un luogo di rara, rarefatta bellezza: per i caratteri quasi metafisici che aveva assunto, adorna dei suoi soli splendidi monumenti. Vuota, splendidamente vuota, come si addice a ogni spazio di matrice neoclassica che compiace architetti ed esteti (e chi scrive tra questi). Se poi la piazza si popola con lincantata "Montagna di sale" di Mimmo Paladino, allora si può rischiare anche, senza retorica, la sindrome di Stendhal. Ma, superate pulsioni estetizzanti e sporadiche occasioni di aggregazione, tutti siamo consapevoli che qui manca qualcosa, anche le ragioni per andarci. Perciò il progetto sè fermato a metà e non ha riguardato i modi e i mezzi con i quali inserire piazza Plebiscito nel tessuto vitale della città. E qui ritorniamo al punto centrale del problema che, per analogia con la questione dei calcinacci, non è quello di mettere un po di negozi e attività di vario genere sotto i portici della chiesa, ma di proporre un modello dintervento più generale per gli spazi storici della città e per i suoi monumenti: un modello di scelta progettuale e soprattutto di gestione. Intanto, inserire solo funzioni compatibili con il carattere del luogo, selezionare in ragione della qualità, garantire lordine e il decoro del contesto, far rispettare norme e divieti. Anche a tarda ora, anche in piena notte. Mi rendo conto del carattere eversivo di questo programma, ma la piazza-simbolo merita questa eresia. Uno spazio non si rivitalizza quindici volte allanno con adunate oceaniche e pur fascinose prove dartista, ma con laffermazione quotidiana di un vivere civile. Lesito attuale di analoghi progetti di rivitalizzazione già realizzati in altre piazze di Napoli risultano utili in proposito: piazza Dante ad esempio. Progetto di autori: il miglior Vanvitelli nel Settecento, una misurata Aulenti oggi, pur con qualche inceppo progettuale. Nellesedra, funzioni compatibili come librerie, ristoranti e bar. Ma pedonalizzazione solo virtuale e manutenzione del tutto assente. Degrado diffuso. Due morali da tirare fuori dalla, ripeto provvidenziale, caduta di calcinacci. La questione del centro storico deve ritornare prioritaria per Napoli, deve venire prima di Bagnoli e prima dellarea orientale. La civile convivenza di uno spazio della città è faccenda che va "oltre larchitettura".