Il dibattito sui beni culturali in Italia, da sempre, da Ruggero Bonghi a Carlo Ludovico Ragghianti, da Spadolini a Veltroni ed oggi a Urbani, sembra aver avuto più le sembianze di una chiacchierata fra specialisti che di una riflessione ragionevolmente democratico-istituzionale. Le ragioni sono tante e pertengono, in ultima analisi, al ruolo (secondario) che il patrimonio artistico (solo recentemente "culturale") ha avuto nella storia del nostro paese. Non sembri superfluo ricordare come il riassorbimento delle leggi e dei provvedimenti degli antichi "stati regionali" (delle province toscane, romane, piemontesi, ad esempio) matura faticosamente dopo la raggiunta unità , per trovare consolidata e indiscussa omogeneità legislativa e di assetto istituzionale con le leggi del 1939 (la "tutela delle cose di interesse artistico e storico", la "tutela delle bellezze naturali"), leggi "fasciste", alle quali, con Bottai, avevano lavorato i migliori storici dell'arte e architetti del tempo. Il tutto stava dentro alla "direzione generale Antichità e Belle Arti", come trascurabile segmento del più vasto ministero della pubblica istruzione, con delega a un sottosegretario. Né meno superfluo sembri ricordare che quelle "Belle Arti" - come allora si chiamavano - presiedettero al restauro e alla "ricostruzione" del nostro patrimonio offeso dall'ultimo conflitto mondiale. Bisogna aspettare il 1964 per disporre di un primo quadro sistematico sulle condizioni del nostro patrimonio artistico: la commissione Franceschini, introducendo per la prima volta la definizione di "bene culturale" ebbe una progressiva positiva reazione nell'establishment della tutela, provocando subito preoccupate attenzioni in parlamento. Certo è, tuttavia, che l'alluvione di Firenze (novembre 1966) e l'eco internazionale e vivissima che si ebbe, costituirono persino una svolta istituzionale alle discipline della conservazione. Il "restauro" finiva di essere un'arte e diventava una scienza, accendendo un processo di tecnologizzazione degli interventi (diagnostici ed operativi) che non si sarebbe più fermato, sollecitando prima la curiosità, poi l'interesse dell'industria. Nel frattempo si esaurivano gli ultimi esiti del boom edilizio, così che i costruttori e i progettisti si posero ad una (acritica) conversione verso il campo del restauro e della "ristrutturazione" che si intuivano come campo speculativo di sicuro interesse. L'attivazione del nuovo ministero "per i beni culturali e ambientali", firmata nel 1975 da Giovanni Spadolini nel governo Moro-La Malfa, suscitò entusiasmo negli addetti ai lavori e nel funzionamento ministeriale delle "belle arti"; assai meno, diciamolo, in altri ambiti democratici e progressivi del paese. Nel frattempo (dpr 14 gennaio '72) erano migrate alle regioni le funzioni in materia di musei e biblioteche, in accoglimento dell'articolo 117 della costituzione ("musei e biblioteche di enti locali"). Ma Spadolini aveva ben intuito il mutare dei tempi e il desiderio democraticamente partecipativo che la "questione beni culturali" già suscitava. Non a caso, nel decreto organizzativo del nuovo ministero, all'articolo 35 si prevedeva l'istituzione di un "comitato regionale per i beni culturali", paritetico tra funzionali delle soprintendenze e rappresentanti delle regioni. Le funzioni del comitato, se pienamente applicate, non erano del tutto trascurabili: a) collegamento informativo e conoscitivo tra stato e regione; b) coordinamento delle iniziative e delle attività esecutive (...), predeterminazione dei programmi annuali e pluriennali; e) promozione e proposte di intervento, amministrativi e tecnici. La risposta delle regioni, dobbiamo dirlo, fu disordinata quando non velleitaria : l'Emilia Romagna attivava un suo "Istituto per i beni artistici culturali e naturali"; la Toscana, a cui - forse - sfuggì il concetto di pariteticità, promulgò l'istituzione della "Consulta regionale toscana dei beni culturali e naturali" (maggio 1975), ove a fronte di nove soprintendenti vi erano cinquantadue componenti di sostanziale delega regionale (sindaci, esperti, rappresentanti sindacali ed altro). Inutile dire della breve, brevissima, inesistente vita di questa "risposta" il cui ultimo effetto fu quello di recidere ogni possibile osmosi istituzionale, spingendo le soprintendenze e il ministero verso più rigidi e autonomi comportamenti. Né, francamente, le cose erano andate in modo entusiastico nel campo dei beni ambientali, nell'accoglimento regionale degli strumenti urbanistici o nella gestione locali di quei beni se, nel 1985, col "decreto Calasse", si dovette pensare a mettere in ragionevole sicurezza i territori costieri, i laghi, i fiumi e i corsi d'acqua, le montagne, i parchi ed altro ancora. Si può obiettare, al solito, che l'Italia "va per il lungo" (frase non proprio piacevole) e che non tutte le regioni sono uguali, ma proprio per questo, forse, il legislatore e chi ha a cuore il nostro patrimonio culturale deve far lo sforzo di superare i particolarismi per distendersi in modo isotropo sull'intero territorio nazionale. E tuttavia, a fronte delle spinte di autonomia regionalistica, dobbiamo ricordare altri scenari europei in movimento con cui occorrerebbe confrontarci; verso i quali siamo già in ritardo anche rispetto ad iniziative di cui potrebbe esserci riconosciuta una leadership. Non dimentichiamo, ad esempio, che la Germania, proprio negli ultimi anni, sta passando da un sistema di gestione affidata ai land ad una riorganizzazione centralizzata. E dunque, un motivo deve pur esserci. Oggi, è vero, i moti peristaltici dell'attuale governo non incoraggiano l'idea di "pariteticità", cioè di co-gestione, co-finanziamento, co-direzione delle azioni sui beni culturali, ma io credo che proprio hic et nunc stia il pericolo di un giudizio e di una richiesta assolutamente autonomistica (regionalizzata, devoluta, sottratta alla "burocrazia ministeriale"). Chi ha alle spalle una militanza critica e attenta in questo fragile ministero non può dimenticare i fermi e perentori principi che furono di Brandi, di Argan, di De Angelis d'Ossat (ma anche di Spadolini): univocità di "principi" nella tutela, controllo delle "metodiche" di intervento sui beni culturali, confronto sulle "tecniche". Qualcosa a cui nessuna autonomia dovrebbe sottrarsi, ponendo responsabile e prevalente attenzione a quegli istituti ministeriali (istituto centrale del restauro, opificio delle pietre dure e laboratori di restauro, centri universitari e Cnr) che costituiscono il sale della ricerca applicata in questo campo. Pena l'incomprensione dello scenario che ci sta davanti, non si possono trascurare alcune cose e, in particolare, tre determinanti avvenimenti che si sono prepotentemente e recentemente scaricati sulla fragile cittadella dei beni culturali: a) l'attivazione della legge Ronchey (1992) che ha ridefinito l'idea di museo quale «Struttura organizzata per la conservazione, la valorizzazione e la fruizione pubblica», che ha invece consegnato al profitto privato (sia pure con qualche cautela nelle assegnazioni) tutta l'attività promozionale e gestionale, creando un indotto imprenditoriale dentro e fuori il museo, di grande appetibilità, difficilmente sindacabili, talvolta non senza distorsioni e non sempre a vantaggio della cultura. Si ricordi come, ad esempio, le ricognizioni e le produzioni multimediali siano diventate un business davvero apprezzabile, oggi stimabile intorno ai due miliardi di euro; b) intorno ai beni culturali ruota ormai un notevole mercato interessato al restauro, e non solo per i beni architettonici, anzi. Qui, dimenticando ogni possibile e potenziale "accordo di programma", ognuno procede in splendida solitudine, senza tracce di partenariato e co-fìnanziamento, lontani da quegli impegni che erano stati definiti Pit (progetti integrati di intervento), atti a corrispondere ad alcune "azioni" europee. Né si riesce ancora a porre il patrimonio culturale al centro delle politiche del paese, relegandolo semmai ad un ruolo complementare e subalterno ai fini dello sviluppo turistico. Peraltro, la condizione confusionale dell'attuale vendita (o cartolarizzazione) del patrimonio monumentale, ove le società immobiliari saranno certamente più tempestive e più abili di ogni possibile prelazione pubblica (di questi pericoli ha parlato ad abundantiam Salvatore Settis) conferma un di una e una condizione di mercato che non lascia certo ben sperare, su cui portare rapidi correttivi; e) l'attivazione di una "direzione generale per l'arte e l'architettura contemporanea" sembra aver ingenerato un fenomeno nuovo e pericoloso, certamente contraddicono con quanto stabilito dal comma 6 dell'articolo 2 del testo unico: la non soggezione a tutela delle opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquant'anni. Tutti i funzionali si sono sentiti promossi sul campo nelle competenze sulla contemporaneità, mettendosi a promuovere ora questo ora quell'artista, magari in ambienti o in giardini monumentali di cui hanno la responsabilità della conservazione. In alcune soprintendenze sembra essere diventata l'attività principale, indirizzando anche il mercato dell'arte moderna e contemporanea, per la presunta autorevolezza istituzionale con cui si certificano cedeste promozioni (non dimentichiamo che spesso gli stessi funzionari sono poi preposti ali ufficio esportazioni e alle "notifiche" sui cataloghi d'aste. È tutt'altro che raro constatare come, in non pochi compendi demaniali, grazie alla tolleranza, quando non alla promozione diretta delle soprintendenze, è dato vedere opere che contraddicono al disposto dell'articolo 2 del testo unico già citato. Ma veniamo alla cogente attualità. Alcune regioni (la Toscana, in particolare) son tornate a rivendicare con forza la gestione dei beni culturali e dei musei di stato, insomma finterà materia. Le motivazioni sono - si dice - molteplici; fra esse l'autoritarismo dei soprintendenti, l'inettitudine e la contraddittorietà della loro gestione e altro ancora. Lo scontro - si aggiunge - è politico e non avrebbe più spazio per alcun dialogo. Ora, l'impressione è che queste lamentazioni siano in parte legittime, in parte invece legate ad incomprensioni contingenti di eventi e di persone. Sarebbe un disastro se decisioni in merito a una materia tanto delicata fossero prese sull'onda emotiva. Del resto, c'è da chiedersi perché si sia indugiato tanto ad attivare quelle "commissioni per i beni culturali" (articoli 154 e 155 del decreto legge 1121998) che, in qualche modo, riprendono l'originario spirito dei "comitati paritetici" previsti da Spadolini. Non è da trascurare che a queste "commissioni regionali" (costituite da tredici membri, con largo spettro rappresentativo) sarebbero affidati compiti di tutto rispetto, quali «Le istruttorie e le definizioni dei piani annuali e pluriennali di valorizzazione e promozione dei beni e delle attività culturali, monitorandone lattazione ed esprimendo pareri in ordine a interventi di tutela per i beni culturali e ambientali». Non è tutto, ma è certamente qualcosa se, soprattutto, si ha voglia di farle funzionare. Ciò permetterebbe un collaudo collaborativo, utile per questo ed altri governi: una "pax dei beni culturali" tendente ad un'armonia gestionale di cui tutti sentiamo il bisogno. Magari riallacciandosi al settore universitario e chiarendo cosa si voglia fare e dove si voglia andare col forsennato proliferare di corsi, corsetti, master, supermaster ed altro ancora, che dimostrano una e una sola cosa: l'incerto navigare di una realtà di settore, esasperata da provvedimenti continui e contraddittori, con la creazione di "profili professionali" dall'incerto, incertissimo avvenire. In definitiva, prima di mettere "in liquidazione" il ministero dovremmo chiederci dove qualcuno ha sbagliato; e semmai confermarlo con rinnovato profilo culturale, forsanche con una reciproca "interscambiabilità dirigenza-università", secondo uno schema profondamente innovativo, quale si conviene anche alle grandi aziende pubbliche. Anche per questo, una via riconciliativa caratterizzata da un periodo di collaudo (trecinque anni) da affidare a queste commissioni (ove sono rappresentanti degli enti locali e del Cnel), potrebbe produrre una positiva ricalibratura della fragile materia "beni culturali", evitando devastanti sperimentalismi ministeriali e irresponsabili aspettative verso i nostri giovani.