Da dimenticate a «rivisitate in chiave artistica». Non c'è pace per le vittime della strage degli ebrei del Lago Maggiore da quando il regista Carlo Lizzani ha deciso di trasformare la vicenda dell'hotel Meina in un film. Basandosi sul saggio omonimo del giornalista Marco Nozza, ma cambiando alcuni elementi perché l'opera «acquisti un senso metaforico al di là e al di sopra della cronaca puntuale degli avvenimenti realmente accaduti». Dopo gli interventi della sopravvissuta Becky Behar, anche la commissione didattica dell'Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola «Piero Fornara» prende posizione sul controverso lungometraggio. Con un documento, inviato tra gli altri al presidente della Regione Mercedes Bresso, ai prefetti e ai presidenti delle Province di Novara e del Vco e ai sindaci dei comuni coinvolti dalla strage, l'Istituto fa suo l'appello di Behar: «Un'opera cinematografica su quella storia, poco raccontata dalla storiografia ufficiale e dai media, sarebbe utile e auspicabile, ma non così. Non come sta avvenendo oggi attraverso il progettato film "Hotel Meina" di Carlo Lizzani». I motivi sono presto detti: «In questa sceneggiatura - firmata tra gli altri anche da Pasquale Squitieri - alcuni importanti elementi rischiano di venire inventati o distorti (diversamente da quanto avveniva nel saggio di Nozza che si basava su fatti e testimonianze reali) in funzione di presupposte esigenze di "adattamento cinematografico" e "interpretazione artistica"». A tutto questo va ad aggiungersi il fatto che l'opera sia realizzata con il contributo di 1 milione e 875 mila euro da parte del Ministero dei Beni culturali: «Dato che il progetto è finanziato anche con soldi pubblici delle nostre comunità - dicono dall'Istituto - pensiamo di poter chiedere che non si confonda il giusto diritto alla libera espressione artistica con la licenza di deformare la complessa verità storica al punto di distorcere la realtà dei fatti, offendendo la memoria delle vittime, la sensibilità dei sopravvissuti e la dignità delle comunità locali tragicamente segnate da quelle dolorose vicende». L'appello alla Regione, ai prefetti, a tutti gli enti locali coinvolti, agli istituti di ricerca storica (tra cui anche il Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano) e alle scuole che hanno ospitato negli anni i colloqui di Behar con gli studenti viene chiesto dunque di «farsi portavoce delle nostre preoccupazioni». Preoccupazioni che sono arrivate fino in Parlamento, accolte dal deputato di Rifondazione comunista Anna Cardano, ex assessore all'Istruzione della Provincia di Novara e presidente provinciale dell'Anpi: «Presenterò un'interpellanza alla Camera dei deputati sulla questione. Fatta salva la libertà artistica, chiediamo che si rispetti la sensibilità delle persone e il ricordo delle vittime. Non vogliamo una Storia di stato, solo la verità». Una verità, tra l'altro, che ancora brucia dolorosamente negli occhi e nel cuore di chi l'ha vissuta.