«Ma lo sa che da qualche giorno, quando esce da Fiumicino, non vede più il Palazzo della civiltà italiana alll'Eur perché l'hanno abbattuto?» Ma che dice?? «Non è vero, scherzo. Però la copertura dell'Ara Pacis che Morpurgo fece nel '38, due anni prima, quella sì l'hanno tirata giù! E per farci quella roba di Meier, una specie di frigorifero, di pizzeria! Con tutti i permessi, eh, Comune, Regione, Soprintendenza, comitato di settore del ministero... Non è altrettanto incredibile?». Vittorio Sgarbi sghignazza, ora è in Sicilia e con Walter Mariotti sta lavorando sul suo ultimo libro, Scempi d'Italia, il tono è combattivo come sempre ma l'essenza del discorso, sorpresa, è a suo modo diplomatica: «La gestione criminale del patrimonio artistico è stata legittimata anche dalle Soprintendenze, a Nord come al Sud. Quindi l'antagonismo tra Stato e Regioni sui beni culturali non ha senso, la faccenda è più complessa e va risolta in modo armonico». E come? Quintavalle, sul Corriere, considerava i danni del federalismo applicato all'arte. E Paolucci spiegava: «La tutela dei beni culturali è tanto più efficace quanto più il potere politico rimane lontano da ciò che si deve proteggere»... «E qui ha ragione, il vero potere di tutela è quello indifferente e lontano, che non ha interessi da difendere, su questo sono ipercentralista. Solo che poi ci sono paesini e regioni che vogliono la tutela nazionale e magari ambiscono a quella dell'Unesco, sovranazionale! Perché?». Già, perché? «Perché è un casino, la tutela di cui parla Paolucci è auspicabile ma inapplicata». In che senso? «Un soprintendente affetto da provincialismo è capace di ogni turpitudine, se non lo controlli. Paolucci ha sbagliato esempio, i veri danni alla Valle dei Templi di Agrigento li ha fatti lo Stato e sono precedenti all'autonomia della Sicilia che tra l'altro, lei sì, ha un ottimo "ministro" dei beni culturali: è stato l'assessore Fabio Granata a riportare in Italia una Madonna di Antonello da Messina per 373 mila euro. Dov'era lo Stato?». E allora? «E allora lo Stato non è una astrazione, non si può distinguere dalle Regioni e dai Comuni quasi ci fossero i buoni contro i cattivi: contano le persone. E il singolo privato che ristruttura bene una casa è lo Stato. Altro che segare le gambe a Naomi Campbell,..». Prego? «A Montecitorio hanno fatto un rialzo di due metri che copre i gradini d'entrata e taglia il basamento del Bernini. Sarebbe lo Stato, questo?». Quindi, che si fa? «Si amplia il concetto di Stato. Non c'è nessun problema se le Regioni o i Comuni gestiscono i beni, il turismo, il marketing, cose così. Dopodiché resta la tutela sovrana, centrale, purché sia di rigore assoluto a scanso di soprintendenti scemi e non escluda gli enti locali. Si può pensare ad una sorta di Unesco italiana, un ufficio di coordinamento che stia al ministero ma consideri pure il sapere delle Regioni, piene di persone bravissime». E la Toscana che vuole l'autonomia? «Il presidente Martini evoca uno strapaese di tutela, manca un'idea globale di cultura, come se si dicesse che Verdi appartiene solo a Parma o Mozart a Salisburgo. Sbagliano tutti sullo stesso punto: la follia dei regionalisti è volere un potere "contro", lo Stato lo ha già. E invece ci dev'essere un potere concordato, armonico». Intanto quanti scempi ha censito? «Un'infinità. Per dire: a Castelfranco Veneto, la città di Giorgione, ci sono le mura più belle del mondo e sono riusciti a farci intorno una cintura di Jacuzzi, vaschette, piramidine, marmi, luci che sembrano fòrcipi... Stavolta non scherzo: andate a vedere».