Una giornata sul fiume, per ascoltare le infinite storie che sa raccontare. Bisognerebbe compierlo a piedi, il pellegrinaggio suggerito dalla delegazione del Fai di Cuneo per salutare la primavera, dalle sorgenti del Po sotto il Monviso (la montagna-totem, il Kailash che noi genti di pianura guardiamo con nostalgia dalle vie cittadine), fino alle porte di Torino, dove il fiume diventa adulto e come ogni adulto perde la sua purezza e va incontro a mille ferite. Ma anche così, tutto in un giorno e con numerose tappe da percorrere a piedi, è possibile ritrovare l'infanzia del «Padus» e frammenti di incanto, e molta della bellezza perduta -chiese, boschetti, cascine e guadi antichi - nascosta miracolosamente lungo le rive. L'anima dell'itinerario è Alberto Bersani, già direttore del Salone internazionale dell'Automobile e capo della Delegazione Fai di Cuneo, oggi orgogliosamente (così si definisce) «pensionato attivo»: ha voluto inserire tra i gioielli dell'arte della «Giornata Fai di primavera» anche i primi chilometri del Po, perché sa che viaggiare è avere nuovi occhi, non solo vedere nuove cose, e che la cultura è viva anche nel paesaggio, nascosta come un'antica divinità (per informazioni 0175.467010175.257358). Il «nume» del Po - gli antichi la sapevano lunga e abbinavano a ogni fiume, sorgente o collina un «daimon» - fugge già a pochi passi dalla sorgente, come davanti a un peccato originale. Agli oltre duemila metri di Pian del Re, d'estate, arrivano migliaia di «merenderos» che vorrebbero trasformare uno splendido pianoro, fatto di torbe e salamandre nere, santuario celtico prima e guarnigione romana poi, in un'enorme parcheggio. Vale la pena di vedere la sorgente in questa stagione, o di salire al Buco di Viso, il primo traforo (a bassissimo impatto ambientale) delle Alpi, voluto nel 1480 dal Marchese di Saluzzo. La stessa bellezza semplice e rara si trova a Ostana, qualche tornante sotto Crissolo, balconata con vista impressionante sul «Re di Pietra». Il borgo («Oustano», nella nobilissima lingua occitana), il Museo etnografico e i pochi abitanti rimasti sono un simbolo di tenacia e cultura montanara. A Paesana, sotto le belle parrocchiali barocche, il fiume perde le sue balze, è torrente che scorre ma comincia a placarsi; quando arriva a Revello, a pochi chilometri da Saluzzo, si sogna già del Medioevo più «nobile» con la Collegiata e i bellissimi affreschi della Cappella Marchionale: il maestro d'Elva, nel Cinquecento, ha illustrato le storie della Marchesa di Saluzzo Margherita di Foix, del re San Luigi IX di Francia, di Bianca di Castiglia. Anche qui il fiume è raccontato dal Museo naturalistico del Po cuneese. A Villafranea Piemonte il Po diventa una faccenda semplice ma complicata, come tutto quello che ci circonda, come l'acqua che beviamo, chiusa nella plastica. Il fiume è più grande, scorre lento fra alberi, sassi e sabbia, ma bisogna cercarlo. A partire di qui è tormentato dalle cave, saccheggiato dalle draghe, gli argini sono spesso cancellati dal cemento. Perdute in una campagna di capannoni e villette, fra pioppeti e «regine di corriere e paracarri», come direbbe Paolo Conte, restano le fiabe degli Amici del Fiume di Villafranca, dell'antico traghetto e dei barconi trainati da cavalli, resta (vicino a Carignano) l'oasi botanica del Cerotto, dove è sorto un lago su una brutta cava. Resta l'ultima immagine del Monviso, che a Casalgrasso, sul ponte della statale 663, si congeda specchiandosi nell'acqua del Po. Poi, nelle periferie di La Loggia e Nichelino, il fiume è quello che ha agonizzato a lungo, e che in molti tratti fa venire in mente le parole di Bacchelli: «Spero di morire prima di veder morto il Po». Molti lottano per recuperarne la bellezza, ed è possibile, dicono le storie raccontate in queste ore dal Fai. Qualcuno cerca la bellezza in una playstation, qualcun altro -quelli che ancora ci sanno e ci vogliono arrivare - in giornate come queste, di oasi in oasi.