I Bronzi di Riace non hanno protestato quando sono stati dimenticati in fondo al mare, non lo farebbero per sedici ore d'aereo. Piuttosto, pensiamo a imitare il Louvre, che ha portato parte della sua collezione ad Abu Dhabi per 750 milioni di euro L'Annunciazione di Leonardo è finalmente tranquilla a Tokyo, ha viaggiato dentro una cassa dove una famiglia di tre persone potrebbe vivere comodamente per un anno senza alcun problema. È il terzo viaggio che si fa e non deve essergli sembrato vero uscire dagli Uffizi ancora una volta. Anche le opere d'arte hanno un'anima, con il vantaggio che non soffrono il fuso orario e non sanno di viaggiare con Alitalia. Lo scatenarsi delle polemiche e l'incatenarsi del senatore di Forza Italia sono state, come sempre, inutili. Spiritosa la garanzia richiesta, sempre da parte di qualche esponente di Forza Italia o Alleanza Nazionale, a ministri, assessori e sovrintendenti, di dimissioni immediate nel caso la tavola di Leonardo andasse perduta. Come se, non potendola portare come bagaglio a mano, l'avessero fatta viaggiare con le altre valigie e non l'avessero vista arrivare sul nastro dei bagagli all'arrivo. Pensate ai titoli dei giornali «Annunciazione smarrita! Alitalia chiede scusa», oppure «L'Annunciazione ritrovata a Jakarta! Le autorità indonesiane rifiutano di restituirla e minacciano di dipingere un burka sopra la Vergine!» o magari «Annunciazione scambiata per un pacco bomba e distrutta dagli artificieri di Fiumicino». Ipotesi poco realistiche. In un paese, il Giappone, dove anche i tassisti hanno i guanti bianchi, la cura con cui sarà trattato il nostro capolavoro sarà più che adeguata. E' bene che le opere d'arte viaggino e si facciano vedere dal mondo. È bene che qualche nostro capolavoro venga alleggerito dallo sguardo bulimico del turista da branco e venga esposto agli occhi del cittadino lontano che non cela fa a venire in piazza della Signoria o a San Marco. Pensate ai poveri bronzi di Riace,soli soletti nel museo archeologico di Reggio Calabria, dimenticati dal mondo e al servizio della guardiania del museo. Sarebbero felici di farsi infilare per sedici ore dentro delle casse e poi riapparire splendidi sul palcoscenico di qualche grande metropoli. Hanno sopravvissuto un migliaio e passa di anni sul fondo del mare, non si spaventeranno certo per due gradi in meno di aria condizionata. Si parla tanto dell'arte come il petrolio italiano, allora è necessario che questo petrolio renda qualcosa. Fare viaggiare qualche barile della nostra cultura nel mondo è importante. Certo dobbiamo un po' aggiornarci: il Giappone è una destinazione un po' demodé. Il Louvre, nonostante qualche polemica civile, senza necessità di catene, porterà ad Abu Dhabi parte della sua collezione in cambio di 750 milioni di euro. Farebbero comodo anche a noi, per aggiornare la qualità della nostra offerta culturale e remunerare adeguatamente i professionisti che la gestiscono con molta passione e stipendi imbarazzanti. Ma da noi la gloria politica conta più della, poca, pecunia altrui. Il culto della "bella figura" è ancora molto forte. Poveri ma belli. Leonardo è la nostra Coca Cola, un logo e un luogo comune. Fra i tanti contrari al viaggetto dell'Annunciazione non poteva mancare Mr. Sgarb, anche se lui ha insistito molto, giustamente, perché «II Cristo Morto del Mantegna» prendesse il treno da Milano per partecipare alla grande mostra di Mantova, mentre per la sua mostruncola «Il Male» ha trasportato «Il Seppellimento di Santa Lucia» del Caravaggio da Siracusa, sistemandola in una stalla della reggia di Stupinigi a portata di calci, sputi, gomitate e starnuti. Nessuno si è ammanettato a una colonna per questo, anche se il rischio raso terra era molto più alto che a ottomila metri d'altezza. Non è il chilometraggio o l'altitudine che danneggia le opere d'arte, ma il contesto che le accoglie e lo spirito con le quali vengono usate. Al Museo di San Sepolcro, dove ci sono, inamovibili, i capolavori di Piero della Francesca, quando fa troppo caldo l'estate, non funzionando bene il sistema di climatizzazione, si apre la finestra. Ma la Madonna del Parto, sempre di Piero della Francesca, che se ne stava buona buona al fresco dentro la sua cappella a Monterchi ora, per preservarla, è sistemata in un edificio imbarazzante e neanche tanto a norma. Insomma le opere d'arte vanno assolutamente difese, restaurate e protette ma non incarcerate, umiliate o sfruttate a scopo di stanziamento eccezionale e generoso. L'arte è vita e quindi deve essere vissuta con il rischio di serie, non optional, che muoia. Un particolare è forse sfuggito ai più: il valore assicurativo che è stato dato al capolavoro di Leonardo andato in Giappone, 100 milioni di euro. Tanti o pochi? Direbbe la buonanima dell'avvocato Agnelli, al di sopra del valore materiale delle cose. Fate un po' voi. Recentemente un Klimt è stato pagato 135 milioni dollari, un Jackson Pollock 140, un'opera di Jasper Johns, artista ancora vivo e vegeto, del 1959, 80, un Picasso 106. Nessuna di queste opere è il capolavoro dell'artista, quelli, come l'Annunciazione, penzolano al sicuro dal mercato sulle pareti di qualche museo. L'ingaggio di Barry Zito, il pitcher, quello che lancia la pallina da baseball, dei Giant di San Francisco, è di 126 milioni di dollari per 7 anni, come a dire che senza fare troppi sforzi, volendo, Barry si potrebbe comprare l'Annunciazione e magari gli rimarrebbe anche qualche milione per i vizi. L'Annunciazione, ovviamente, è senza valore, e non sarà mai in vendita, dare una stima economica è impossibile ma assicurarla per quella cifra è una presa in giro. Forse, previdentemente, nell'eventualità che l'opera sia rapita dai giapponesi o dagli indonesiani, ci si è voluti tutelare da una richiesta di riscatto troppo esosa. Per riaverla a Firenze 100 milioni più Totti e due guerriglieri talebani potrebbe risultare un affare.