L'indagine sull'Abbazia del Corazzo scattò dopo un controllo dei carabinieri nell'agosto 2005 I carabinieri sequestrarono il sito Tempesta giudiziaria sulla Comunità montana del Reventino UNA VERA e propria tempesta giudiziaria si è abbattuta sulla Comunità Montana Reventino - Tiriolo - Mancuso (che appaltò i lavori dopo una convenzione con la Regione) presieduta da Giacomo Muraca, fra gli undici indagati relativamente alla vicenda sfociata con gli undici avvisi di garanzia per il danneggiamento durante i lavori al sito archeologico dell'Abbazia del Corazzo in territorio di Carlopoli. Un sito di rilevante interesse storicoculturale i cui lavori finanziati dalla Regione e dalla Comunità Europea dovevano valorizzarlo e invece l'indagine del pm Elio Romabo è arrivata a ipotizzare pesanti accuse che vanno, a vario titolo, dall'abuso d'ufficio in concorso, al danneggiamento. Un'indagine che era partita quando i carabinieri della compagnia di Soveria Mannelli, diretta dal capitato Enrico Pigozzo, decisero di vederci chiaro con un controllo ai cantieri di lavoro operato nell'agosto del 2005. Da quel controllo scattò il sequestro dell'area operato dai militari dell'Arma che condussero lunghi mesi di indagini che alla fine hanno consentito alla Procura della Repubblica di Lamezia Terme di emettere gli undici avvisi di garanzia e conclusione indagini che hanno raggiunto anche indagati eccellenti: oltre a Giacomo Muraca, infatti, anche Roberto Spadea, 59 anni, direttore e coordinatore, presso la Soprindentenza per i beni archeologici della Calabria, responsabile della tutela nei territori ricadenti nella zona di Lamezia Terme e Crotone; Mario Marasco, 56 anni di Decollatura, responsabile area tecnica della Comunita' Montana dei Monti Mancuso Reventino Tiriolo, nonché responsabile del procedimento; Vittorio Mazzei 65 anni di Lamezia Terme, direttore dei lavori della Comunità Montana dei Monti Mancuso Reventino Tiriolo; Francesco Giovanni Pultrone di Cicala, 48 anni, coordinatore per la sicurezza e responsabile dei lavori in fase di progettazione ed esecuzione della Comunità Montana dei Monti Mancuso Reventino Tiriolo; Pasquale Lucchino, 67 anni, di Lamezia, presidente e legale rappresentante del Consorzio Multimediale COMITEL ditta appaltatrice; Vincenzo Manfredi, 33 anni di Lamezia Terme, direttore tecnico della COMITEL ditta appaltatrice; Claudio Cerra di Gizzeria, 32 anni, amministratore e socio della ditta C.G.T.s.a.s., 1 subappaltatrice; Daniele Scalise, 22 anni di Soveria Mannelli, titolare dell'omonima ditta movimento terra, 2 subappaltarice; Pino Scalise, 49 anni, di Soveria Mannelli, co-titolare di fatto della ditta movimento terra di Daniele Scalise (figlio); Andrea Scalzo, 26 anni di Decollatura, dipendente della ditta Scalise. Tutto iniziò quando appunto i carabinieri della stazione di Carlopoli, a fine agosto 2005, controllarono un cantiere di lavoro operante nei pressi dell'area della Abbazia di Corazzo: si trattava di un lavoro appaltato dalla Comunità Montana dei Monti Mancuso, Reventino e Tiriolo per la realizzazione di un'area attrezzata per la valorizzazione del territorio. I militari intervenuti ebbero più di un sospetto anzi si accorsero ben presto di qualcosa di più grave, ovvero che i lavori di sbancamento stavano di fatto smantellando quello che già da tempo era stato segnalato come potenziale sito archeologico. I carabinieri decisero quindi di ordinare l'immediata sospensione dei lavori, ponendo il cantiere sotto sequestro preventivo d'urgenza. Alcuni studiosi del luogo, infatti, qualche tempo prima avevano segnalato la presenza di resti archeologici di interesse, risalenti addirittura all'età del bronzo. A seguito delle prime segnalazioni intervennero sul posto anche dei tecnici della Soprintendenza ai Beni Culturali che confermarono la possibilità che si trattasse di un fortunato ritrovamento di materiali suppellettili verosimilmente riconducibili ad un insediamento preistorico sorto all'imboccatura della vallata ove, qualche secolo più tardi, sarebbe sorta la Abbazia di Corazzo. Nonostante le segnalazioni i lavori di sbancamento erano proseguiti sino a quando i militari, accortisi del danno arrecato all'area, per tutelare ciò che era rimasto di quel prezioso patrimonio storico e culturale, posero i sigilli, consegnando il sito alla procura della Repubblica di Lamezia Terme che avviò da subito le indagini. Indagini che hanno consentito di individuare le presunte responsabilità per gli undici indagati. La notifica degli avvisi di garanzia è stata eseguita dagli stessi carabinieri di cui una è stata eseguita presso il carcere di Catanzaro-Siano dove Daniele Scalise è ancora detenuto a seguito dell'arresto operato dal Nucleo Operativo della Compagnia di Soveria Mannelli a gennaio per tentata estorsione, su ordinanza di custodia cautelare del gip di Lamezia confermata dal Tribunale della Libertà che ha infatti ritenuto valido il quadro investigativo dei Carabinieri e la misura cautelare per lo Scalise, i cui legali del giovane avevano chiesto la scarcerazione. Le indagini dei carabinieri sul sito del Corazzo, coadiuvati dai tecnici della Procura di Lamezia Terme e da quelli nominati dagli stessi militari, hanno consentito di appurare come, di fatto, vi sarebbe stato un reale e grave danno al patrimonio storico e culturale: il sito distrutto era da proteggere proprio perché si trattava di reperti archeologi tutelati dal decreto legislativo 42 del 1994 come «cose che interessano la paleontologia, la preistoria e le primitive civiltà». Un sito archeologico vero e proprio di cui gli uomini dell'Arma sono diventati i primi garanti, seguendo passo passo il lavoro di recupero sul terreno dei tecnici che, nel corso degli scavi questa volta regolari hanno appurato che si trattava di un sito archeologico costituito da un insediamento preistorico risalente all'età del rame (era eneolitica III millennio A.C.). Numerosi i frammenti recuperati: porzioni di pareti di ceramica di impasto, una macina usata 4.500 anni fa per frantumare granaglie, un fondo di vaso globulare, resti di una capanna, insomma un lavoro certosino che ha consentito di salvare pezzi preziosi del nostro passato. Quasi 250.000 euro di finanziamento pubblico sui quali la Procura della Repubblica ed i Carabinieri della Compagnia di Soveria Mannelli hanno indagato per mesi, al fine di chiarire, sino in fondo, tutti gli aspetti di una vicenda complessa relativa anche alla violazione delle leggi sugli appalti poichè alla prima ditta appaltatrice ne subentrarono altre due senza le necessarie autorizzazioni delle autorità. Un impegno particolare dei carabinieri cooordinati dalla procura che hanno dimostato come il lavoro investigativo sia costante anche quando si tratta di salvaguardare un patrimonio culturale prezioso, non solo per il comprensorio reventino, ma per l'intera Nazione visto che le ipotesi accusatorie del pm Romano fanno riferimento anche a danni procurati al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, oltre che alla Regione Calabria e al Comune di Carlopoli.