Cara onorevole Melandri, La ringrazio molto dell'attenzione con cui ha letto la mia intervista, e più ancora dell'articolata replica che ha voluto scrivere: come già altra volta in passato, riconosco in questo atteggiamento non solo una grande cortesia, ma anche, ancor più importante, il desiderio di dialogare. Nel libro Italia S.p.A. L'assalto al patrimonio culturale, Einaudi, ho sostenuto che la «cultura della tutela» fa parte integrante non solo del nostro patrimonio culturale, ma anche del nostro «patto di cittadinanza», dell'«essere Italiani», e che nel nostro paese si è sviluppato, anche prima dell'Unità, un modello avanzatissimo di conservazione del patrimonio, che si è tradotto in una tradizione normativa esemplare, culminata nella L. 10891939. Sostengo però anche che quella antica e radicata «cultura della conservazione» è stata crescentemente intaccata negli ultimi decenni, e in particolare negli ultimi anni, da un processo di deterioramento che, a mio avviso, comincia press'a poco negli stessi anni in cui venne creato il Ministero dei Beni culturali. Dell'una e dell'altra cosa (della formazione della «cultura della conservazione» come del suo deterioramento) ho cercato di esporre e interpretare le radici e le ragioni. Quello che è accaduto negli ultimi mesi, dall'art. 33 della Finanziaria alla legge «Tremonti» sulla Patrimonio S.p.A., non è (ritengo) una rottura improvvisa della nostra tradizione istituzionale, ma la conseguenza fatale di quel processo di deterioramento. È in questo contesto che sono e resto convinto che è importante guardare con attenzione a quello che hanno fatto i governi di centro-sinistra (che, sia detto di passaggio, hanno avuto a suo tempo il mio voto). Nessuno nega i restauri, le aperture di musei, i fondi ricavati dal Lotto, e altro ancora. Ma è d'altro che qui si parla. L'attuale governo di centro-destra ha impresso, io credo, una brusca accelerazione a quel processo di degrado, radicalizzandolo, specialmente su due fronti: l'apertura ai privati di segmenti sempre più ampi della gestione del patrimonio pubblico (art. 33 della Finanziaria) e l'inalienabilità del patrimonio culturale in proprietà pubblica (legge «Tremonti»). In un caso e nell'altro, lei ha ragione di dire che il presente governo si è spinto molto più in là di quelli di centrosinistra; ma io credo di aver ragione di dire che al presente governo i precedenti avevano ampiamente spianato la strada. Qualche esempio. È vero che la legge Ronchey prevedeva in origine la possibilità di dare in gestione ai privati, come lei scrive, «biglietteria, ristorazione, merchandising»; ma non è meno vero che una serie di provvedimenti successivi (per esempio il D.M. 1391997) hanno aggiunto alla lista ben altri «servizi», per esempio la guida e l'assistenza didattica, la fornitura di sussidi catalografici, audiovisivi ed informatici, l'organizzazione di mostre: cioè attività che in molti musei e in molti paesi, essendo strettamente collegate con le attività conoscitive e di tutela, vengono esercitate in prima persona dallo staff interno. È poi interamente ai governi di centro-sinistra che si deve la pericolosissima, perversa deriva che ha cominciato a separare, contro ogni tradizione, ogni logica, ogni funzionalità, tutela, gestione e valorizzazione, distribuendole in modo confuso e incoerente fra Stato e Regioni e aprendo, nell' un caso e nell'altro, la porta ai privati. Ricordo qui solo il decreto legislativo 1121998 (Veltroni) che rendeva possibile trasferire a Regioni ed Enti locali la gestione e la valorizzazione dei beni culturali e stabiliva che Stato, Regioni ed enti locali «concorrono all'attività di conservazione dei beni culturali». Questo pasticcio purtroppo si sarebbe insediato anche nel bel mezzo della Costituzione, con la riforma del Titolo V. Anch'io, come lei, posso rallegrarmi che il Consiglio di Stato abbia di fatto bloccato l'applicazione dell'art. 33 della Finanziaria; ma mi rattrista profondamente che lo abbia fatto sulla base di norme che, tagliando a fette tutela gestione e valorizzazione, di fatto rischiano di paralizzare l'intera Amministrazione pubblica, consegnando la tutela del nostro patrimonio a un labirinto di conflitti di competenza. Tutela e gestione, spero vorrà convenirne, sono momenti intimamente connessi e inseparabili di un unico processo, perché hanno radice comune nella ricerca e nella conoscenza del patrimonio. Quanto all'alienabilità del patrimonio culturale di proprietà pubblica, è verissimo che la legge «Tremonti» è di una radicalità senza precedenti. Ma non è meno vero che il terreno era stato preparato con una serie di norme a partire dalla «Bassanini bis». Cito qui soltanto la Finanziaria 1999, che introdusse il principio secondo cui «nell'ambito del processo di dismissione o di valorizzazione del patrimonio immobiliare statale», il Ministro del Tesoro, di concerto col Ministro dei Beni culturali se gli immobili sono di valore storico-artistico, può conferire o vendere gli immobili a S.p.A., anche appositamente costituite (L.4481998, art. 19); la Finanziaria 2000 ingiungeva poi al Ministro dei Beni culturali di emettere il proprio parere entro 90 giorni, in mancanza di che il Ministro del Tesoro aveva mano libera per la dismissione (L. 4881999, art. 4). È sulla base di tali norme che si pensò allora di vendere il Foro Italico, progetto poi abbandonato. Chi può essere tanto cieco da non vedere elementi di continuità fra queste norme e quella (molto più radicale) di Tremonti? Chi direbbe che vendere il Foro Italico è «di sinistra» se lo si fa nel 2000, e diventa «di destra» se lo si facesse, poniamo, nel 2003? Sono cose che lei conosce molto meglio di me, e non ho bisogno di dirle che nelle pagine del mio libro si trovano ulteriori esempi e ulteriore documentazione, su questi e altri fronti. Mi permetta di chiudere su un altro tema. In quello dei beni culturali come in altri campi, è molto diffusa nel paese l'impressione che i governi di centro-sinistra abbiano creduto di doversi piegare a compromessi con una logica superficialmente aziendalistica, facendo, diciamo, venti per evitare che la destra facesse poi cento; ma ora che la destra è al governo farà più presto, se vuole, a fare cento, perché si trova il venti già fatto. Ma quella per il nostro patrimonio culturale non è una battaglia di destra o di sinistra, è una battaglia di civiltà (e lo mostra la continuità fra la legge di tutela del 1939 e il dettato dell'art. 9 della Costituzione della Repubblica). Capisco che la logica dello scontro politico porti ad attaccare sempre e comunque la parte avversa, e nel suo caso le ragioni di attaccare il presente governo ci sono eccome. Ma non sarebbe meglio, in questo e in altri campi, che la sinistra si dimostrasse capace di un minimo di autocritica? Che capisse che l'autocritica è il prerequisito indispensabile di ogni capacità progettuale? Ma con questo entriamo in un campo che travalica la sua lettera, cara onorevole Me- landri. Come diceva Croce, c'è sempre qualcuno che, posto al bivio fra capire e morire, senza esitazione sceglie il martirio. Con un saluto sempre cordiale, Salvatore Settis