Un allargamento degli anni validi per qualificarsi e ottenere il via libera per l'esame di idoneità professionale. A questo sta pensando il ministero dei Beni culturali, che sta vagliando la possibilità di portare dal 2001 al 2004 il periodo utile per dimostrare i lavori svolti e ottenere così l'accesso alla prova. Potrebbe essere questa una via d'uscita per superare l'impasse in cui da ormai un anno si trova la trattativa tra operatori, sindacati e Ministero per arrivare a una proposta condivisa sul provvedimento che dovrebbe portare all'esame di idoneità i «vecchi» restauratori. Si tratta di quelli che, anche se privi di un diploma dell'Istituto centrale del restauro o dell'Opificio pietre dure, possono vantare anni di esperienza sul campo, oppure dei diplomati o laureati di scuole diverse da quelle statali. «Stiamo lavorando all'ipotesi di allargare il periodo certificabile - conferma la sottosegretaria ai Beni culturali, Danielle Mazzonis - portandolo fino al 2004: in tempi più recenti è più facile infatti rintracciare l'esecutore materiale del lavoro». Identificare con certezza «la firma» dell'intervento: è su questo nodo che si sta bloccando la procedura. Da un lato infatti è difficile ottenere il certificato «nominativo»: spesso il documento viene rilasciato dalle Sovrintendenze alle imprese, ma non si è mai pensato di identificare l'esecutore materiale del restauro (a volte anche perché così l'impresa poteva continuare a non riconoscere la giusta qualifica o il livello). L'indicazione manca anche nei contratti. Dall'altro lato però c'è anche chi teme un assalto alla diligenza, con la legittimazione di meri collaboratori che proprio grazie all'assenza di documenti si improvviserebbero «restauratori». «Il problema non si può risolvere con l'autocertificazione come vorrebbero alcune sigle sindacali» - sostiene Carla Tommasi, presidente dell'associazione restauratori italiani (Ari). «Meglio affidare la valutazione caso per caso a una commissione di esperti che può "allargare le maglie" di fronte a profili davvero qualificati» aggiunge. «Non nascondo che esista una reale difficoltà - conferma Mazzonis - perché, a seconda della nostra scelta, rischiamo di mortificare professionalità al lavoro da decenni, oppure di riconoscere professionalità a chi non la ha». Dal punto di vista delle assicurazioni, al Salone del restauro verrà presentata la nuova polizza della responsabilità professionale elaborata da Aec Spa, corrispondente italiano dei Lloyds di Londra. La qualifica. Ha fatto un passo avanti, e si avvicina quindi alla conclusione dell'iter l'altro provvedimento previsto dal codice Urbani (articolo 29, comma 7, del Dlgs 422004), quello che contiene le definizioni delle professionalità che operano nel restauro. La Conferenza Stato-Regioni il 15 marzo scorso ha dato il via libera all'Intesa sul regolamento concernente la definizione dei profili di competenza. Il restauratore è colui che è in grado di «definire lo stato di conservazione del bene» e di limitarne «il processo di degrado». In altre parole è colui che progetta e dirige i lavori di restauro. È affiancato dal «tecnico del restauro dei beni culturali», una figura di secondo livello che «collabora con il restauratore - si legge ancora nello schema di decreto - eseguendo alcune azioni per militare il processo di degrado». A questa figura è preclusa la progettazione. Al terzo livello troviamo il «tecnico del restauro dei beni culturali con competenze settoriali». Si tratta soprattutto degli artigiani specializzati. Ottenuto il via libera dalle Regioni il decreto è pronto per andare in «Gazzetta». La formazione. Si trova ancora a metà strada l'ultimo provvedimento sul restauratore. «Abbiamo inviato la nostra proposta al ministero dell'Università - precisa la sottosegretaria -. Chiediamo corsi universitari con almeno ottomila ore e 300 crediti formativi»