Eccola finalmente la bozza definitiva del riordino del ministero dei Beni culturali: 21 articoli fitti fitti che vanno dalla definizione dell'amministrazione centrale a quella del segretariato generale, dalla descrizione di compiti e funzioni delle dieci Direzioni Generali a quella del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Articoli che soprattutto confermano quanto le bozze precedenti - di cui L'indipendente ha via via dato conto - avevano prefigurato in questi mesi circa il destino dell'amministrazione periferica del ministero dei beni culturali. Ossia un depotenziamento delle soprintendenze locali e di settore a vantaggio delle Direzioni regionali e delle direzioni centrali. Insomma i nodi e i problemi che erano stati evidenziati dai soprintendenti, dai direttori di archivi e biblioteche, dai comitati tecnico scientifici del ministero, dai sindacati e dallo stesso professore Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, non sono stati risolti. Anzi vengono istituzionalizzati e resi definitivi dallo schema di riordino del ministero. La cui struttura - malgrado le rassicurazioni di ieri di qualche dirigente di Via del Collegio romano - consolida una tendenza alla centralizzazione e alla moltiplicazione della rete burocratico-amministrativa. Non solo infatti si confermano le 10 Direzioni Generali - molte, anzi troppe per sindacati, tecnici e quadri - e le 17 Direzioni Regionali ma ad esse si aggiungono anche nuove strutture quale l'Istituto Superiore del Restauro e la Soprintendenza speciale al polo museale per l'arte contemporanea (Maxxi). Vengono inoltre confermati gli altri poli museali ma nella bozza non si ricavano informazioni sul fatto se abbiano anche la competenza territoriale. Viene invece prevista l'autonomia per la biblioteca di Firenze e di Roma e per l'archivio centrale dello Stato e vengono confermati gli attuali istituti centrali, eccetto quelli che passano all'Istituto superiore per il restauro a cui si aggiunge - ecco l'altra novità - l'Istituto centrale per l'etnoantropologia storica e contemporanea. Lo schema di riordino definitivo non ci dice niente nemmeno circa l'istituto centrale per gli archivi, la discoteca di stato e il museo dell'audiovisivo. Oggi comunque sarà lo stesso ministro Francesco Rutelli, assieme ai sottosegretari dei Beni culturali, a presentare al battaglione di dirigenti di via del Collegio romano il testo del riordino. Un assembla di prammatica che non dovrebbe riservare sorprese ma che avrà la funzione di ufficializzare un progetto a cui il gabinetto del ministro sta lavorando da mesi. Non senza riserve, visto che alcuni settori dello stesso entourage rutelliano, hanno definito il testo diffuso ieri al ministero «una riforma conservatrice». Ma le reazioni più forti le si aspetta dalle soprintendenze. Soprattutto in riferimento all'articolo 18 del capitolo IV che disciplina gli organi periferici del ministero. In particolare alla lettera "m" del comma 3 che attribuisce alle direzioni regionali «le funzioni di stazione appaltante in relazione agli interventi conservativi da effetturarsi con fondi dello Stato sui Beni culturali presenti nel territorio di competenza». Tradotto significa che su lavori di restauro, appalti, interventi locali, si continuerà all'infinito il braccio di ferro tra direzioni regionali e soprintendenze, in una babele di lingue e regolamenti che evidentemente la riforma Rutelli non aveva intenzione di risolvere.