Un tempo misterioso governa i luoghi di Piero della Francesca. Sospeso, come la sua valle, eterno come le sguardo immobile delle sue Madonne. Eppure, alla vigilia di una grande mostra dedicata al genio della luce e del silenzio e al suo tempo irrequieto, bisogna partire proprio dalla sua terra, fiutò di farsi pittore di corte. Così, per un uomo di cui non conosciamo neanche la data di nascita (1412, 1420?), possiamo tentare di immaginare gli incontri nella Firenze medicea del concilio voluto da papa Eugenio IV (1439); nella Ferrara degli Este (1449) e nella Rimini dei Malatesta (1451). E ancora ad Ancona, Pesaro e Bologna, prima di cominciare (1452) ad Arezzo quella «Leggenda della vera Croce» a cui lavorerà quindici anni. A Roma arriva nel 1455 chiamato da Niccolo V, poi a Urbino dipingerà per Federico da Montefeltro. Ma sempre tornerà a Sansepolcro, alla possente e sobria casa del padre, Benedetto de' Franceschi, al commercio del guado -la pianta che offriva il blu alle sete e ai tessuti - alla campagna di Bastia, dove si ritira per dipingere. La mostra «Piero della Francesca e le corti italiane» che aprirà il 31 marzo al Museo Statale d'arte medievale e moderna di Arezzo, fa di questo limite una straordinaria opportunità di conoscenza. Poche ma straordinarie le opere che possono affrontare lo stress di un viaggio: la «Madonna di Senigallia», il «Dittico dei Duchi d'Urbino», il «Ritratto di Sigismondo Malatesta», il «San Gerolamo e un devoto» e la «Madonna di Villamarina». Accanto a questi capolavori i curatori Antonio Paolucci, Carlo Bertelli e Giangiacomo Martines hanno selezionato un centinaio di opere capaci di illustrare influenze e sensibilità di un'intera stagione artistica. A loro è affidato il compito di ricostruire intorno al pittore della luce, il gioco delle suggestioni e delle influenze. Il dolore crudo delle Madonne di Masac-cio che si scioglie nelle mani contadine protese verso il Cristo della Madonna di Piero. L'intrico prospettico delle lance e l'ossessione geometrica della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello che si «specchia» nel vor-ticare di lance della battaglia tra Eraclio e Corsoe in uno dei quadri della «Leggenda della vera croce». Ci sono - ed è moltissimo - i capolavori abbracciati alla sua terra, tra Arezzo, con la meravigliosa Maddalena che illumina un angolo del duomo e la «Leggenda della vera croce» in San Francesco, e Monterchi che ospita in una piccola ma attrezzata sede museale, il miracolo della «Madonna del Parto». Oggi non si arriva più a Sansepolcro, ci si precipita dentro all'improvviso. Più che dai boschi della Verna, il borgo è protetto da una lunga teoria di capannoni: nel paese della Buitoni è l'arte del legno, del ferro battuto, dell'oro ad avere ereditato quella delle concerie. Solo la valle di un giovane Tevere è rimasta quella di allora e ancora si fa riconoscere nell'omaggio ripetuto e innamorato di Piero della Francesca, quasi in ogni sua opera. Il Museo civico, antico e dolorante, avrebbe bisogno di un'attenzione che non può essere lasciata ai soli abitanti del Borgo. Nello scrigno, in attesa di essere rimontato proprio per la mostra, si offre su provvisori pancali il polittico della Madonna della Misericordia: la perfezione geometrica dei volti di queste Madonne di Piero della Francesca, la durezza architettonica dei gesti, gli sguardi che non si concedono mai un cedimento. Nella Sala che fu del Consiglio di San Sepolcro, l'affresco della Resurrezione si impone alla morte con un gesto imperioso. È il simbolo di questa orgogliosa terra toscana, che con un gesto tocca l'Umbria, mentre divide la Verna con le Marche e con la testa guarda la Romagna. Una finestra del Museo rimane aperta, oltre la chiusura, per regalarne una visione stupefatta anche ai ritardatari. La casa di Piero è a pochi metri. Qui ha consumato una vita che registra né mogli, né figli, a distoglierlo da una ricerca mai interrotta e da una passione assoluta. Qui è vissuto, da mercante, figlio di mercanti: tanto da meritarsi un severo richiamo per aver evaso le tasse. Diranno di lui che il tempo non lo riguardava, che era di una lentezza esasperante, da fargli ritardare le consegne per decenni. Ma non è così: nel tempo della sua vita si alternano otto papi e un antipapa, Costantinopoli cade nelle mani di Maometto II, un navigatore genovese testardo sbarca su un'isola caraibica il 12 ottobre 1492. Piero della Francesca muore proprio quel giorno. Non era lento, era la storia ad aver preso una velocità che non poteva, e non voleva, raggiungere.
PIERO DELLA FRANCESCA. Quel maestro del colore che non fu mai cortigiano
Il pittore Piero della Francesca è stato un artista italiano del Rinascimento, noto per le sue opere che esplorano la luce e il silenzio. La mostra "Piero della Francesca e le corti italiane" si tiene al Museo Statale d'arte medievale e moderna di Arezzo, che presenta opere del pittore e del suo periodo. Le opere esposte includono la Madonna di Senigallia, il Dittico dei Duchi d'Urbino, il Ritratto di Sigismondo Malatesta, il San Gerolamo e la Madonna di Villamarina. Il curatore della mostra, Antonio Paolucci, ha selezionato un centinaio di opere per illustrare le influenze e le sensibilità di Piero della Francesca.
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