Solo nel 1999 è stata strappata al degrado l'ex cappella del castello, che fu parrocchiale di Beccacivetta, abbandonata nel 1960 In centro il rudere della vergogna Il nuovo paese si è formato attorno alle macerie del tempio in rovina Infine il recupero ma c'era chi avrebbe voluto fare sul posto ancora palazzoni Non c'è stato solo lo scempio di Azzano, con la demolizione di storica parrocchiale, campanile e canonica: anche l'antica chiesa del castello, già parrocchia di Beccacivetta, se non distrutta, è stata condannata a decenni di degrado. Finalmente degnata di qualche attenzione, l'ex chiesa o meglio, il rudere è stata acquistata da un privato, ristrutturata su sua iniziativa e diventata sala polifunzionale. Fino a pochi anni fa chi percorreva la centrale via Marconi, che unisce Beccacivetta ad Azzano, incontrava proprio a metà del percorso, in prossimità del castello e su un lato di piazza Pertini un rudere fatiscente. Era quanto restava, miseramente in mostra, di una chiesa del Trecento: tetto sfondato, muri crollati o pericolanti, porte murate, rovine ricoperte da erbacce, dominio incontrastato di sporcizia e animali. Erano i resti della antica chiesa del castello, che era stata poi parrocchia di Beccacivetta fino al 1960. In quell'anno fatidico tante cose cominciavano a cambiare per l'Italia: non si guardava più indietro, alla miseria del dopoguerra, ma al futuro, al «boom economico». Tutto doveva essere nuovo, moderno, proiettato verso un avvenire in cui ogni cosa veniva immaginata più grande. Anche le chiese: avrebbero dovuto essere più spaziose, magari adatte all'arrivo domenicale di tante famiglie in automobile, come nei drive-in americani. E all'edilizia commerciale americana, stile Las Vegas, finirà in effetti per ispirarsi la nuiova architettura «sacra», magari senza neanche accorgersene. Così, mentre nella vicina Azzano si pensa a demolire la vecchia chiesa per farne una nuova (e, purtroppo, di li a poco il brutto pensiero diventerà realtà, vedi a destra nel paginone) a Beccacivetta la vecchia parrocchiale viene abbandonata. Il vecchio edificio viene sconsacrato e venduto. La nuova chiesa viene costruita a un chilometro di distanza, ma al centro della frazione che si stava continuamente allargando. L'ex chiesa fu acquistata da un antiquario, ed iniziò lo spoglio di tutti gli elementi di valore. Sparirono così beni preziosi, che costituivano parte della storia locale: altari, marmi, balaustre, confessionali. Negli anni, dal primo acquirente l'ex chiesa è passata nelle mani di altri, proprietari, diventando sempre più povera e diroccata. Tutto intorno il paese si ingrandiva, la popolazione triplicava, nessuno sembrava però preoccuparsi di quel rudere ormai al centro dell'abitato, accanto alle scuole elementari e medie, testimonianza quotidiana di indifferenza alle proprie radici e di assuefazione al degrado e all'abbandono. Vi si costruiva davanti la nuova piazza Pertini, vi si installava un tendone per le sagre anzi, tensostruttura, per chiamarlo secondo il vocabolario della modernità e si lasciava affossare lì accanto un pezzo di storia secolare. Ogni tanto si rincorrevano le voci di un rinnovato interesse per la vecchia chiesa: prima la parrocchia che voleva riprenderne la proprietà (ma i propositi terminarono in un'aula di tribunale); poi l'amministrazione comunale per farne una sala civica (ma le sue attenzioni si concretizzarono nell'acquisto del castello). Così l'ex chiesa, che al castello in via di risurrezione pure aveva appartenuto, parve invece condannata alla morte: si parlò di «bonificare la zona» demolendo i ruderi per costruire un condominio. Nel 1999 un beccacivettese «de soca», Alfonsino Dolci, architetto, l'ha invece acquistata e ristrutturata. I risultati sono a tutti visibili. All'esterno la struttura semplice e lineare della chiesa è stata riportata al suo stato originario, colori compresi. Ancora più impressionante, oltre alla bellezza esterna ritrovata, il colpo d'occhio all'interno. La ristrutturazione, seguita passo passo dalla Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici, ha riportato tutto, fin dove possibile, a com'era un tempo, per fare riemergere i resti dell'antica identica identità e ricchezza. Marmi superstiti e affreschi che sono riaffiorati parlano della chiesa che fu e della sua storia ritrovata. Ora l'ex chiesa è diventata la sala multiuso Santa Maria Annunciata, il nome della vecchia parrocchia. Nel 2010 verranno celebrati i 700 anni della sua nascita; recita infatti una lapide sulla facciata riportata alla luce dal restauro: «Questo tempio in onore della Beata Vergine Annunciata fu costruito e dotato nell'anno 1310 dal cavalier Dinadano Nogarola. I cugini conti Ferdinando e Alessandro Nogarola lo riedificarono nell'anno 1755, dietro istanza del parroco don Natale Domeneghini, uomo di grande pietà. Il cavalier Ludovico Violini Nogarola rifece la facciata del tempio nell'anno 1896». La data del 1310, come documentano ampiamente nelle loro ricerche Gianfranco e Carla Frinzi, attenti studiosi della storia locale, è certa, come pure la sua destinazione a chiesa del castello e parrocchia di Beccacivetta fin dal 1530 di cui i conti Nogarola conservavano il giuspatronato, cioè il diritto di eleggere il parroco e di provvedere alle necessità della chiesa. Ricorda Ottavia Girelli, «la fiola del campanar», suo padre infatti è stato l'ultimo sacrestano della chiesa: «Un gioiello: marmi preziosi, colonne, legni pregiati, affreschi. Un pulpito in alto, in legno tutto lavorato e splendente. Ogni altare aveva il suo tabernacolo. Sopra l'entrata c'era il coro, con l'organo a mantice. Era una chiesa veramente ricca, perché in pratica era la chiesa del castello, quindi impreziosita con donazioni dei conti Nogarola». Ricorda Alfonsino Dolci: «Accanto alla chiesa c'erano le aule per la dottrina, poi la canonica e quindi la casa del campanaro. Davanti alla chiesa uno spazio verde dove noi ragazzi giocavamo, il brolo, protetto da sei grandi ippocastani da una parte e dall'altra; e poi un'altra fila di ippocastani fiancheggiava per un tratto la strada che portava a Beccacivetta. Erano piante maestose, secolari, dello stesso tipo di quelle che sono ancora adesso all'entrata del castello». Il recupero ha contribuito a ricostruire, non solo per i nativi, ma anche per gli immigrati che sono ormai la maggioranza dei residenti nel Comune, una pagina della storia del paese.